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Alberi monumentali, 82 nuovi ingressi nell’Elenco nazionale

Il ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste (Masaf) aggiorna l’Elenco nazionale degli alberi monumentali con 82 nuovi esemplari che si contraddistinguono per età, dimensioni, rarità, valore ecologico o per il legame con la storia e le tradizioni dei territori. Il decimo aggiornamento dell’elenco ufficiale riconosce il loro valore naturalistico, storico e culturale degli esemplari distribuiti in diverse regioni italiane.

Un esemplare può essere individuato anche per il suo valore ecologico, quando la sua presenza è indispensabile alla conservazione di determinati habitat o alla sopravvivenza di particolari specie animali. Alcuni alberi sono legati a edifici, luoghi di culto, tradizioni e vicende locali.

Gli 82 nuovi ingressi raccontano un’Italia molto diversa, da una regione all’altra. Ognuno ha caratteristiche proprie e, in diversi casi, una storia che la tradizione popolare ha tramandato fino a oggi.

Sulla costa abruzzese, a Pescara, si trova per esempio il Pino d’Aleppo “coricato”. Il suo tronco supera i due metri di circonferenza. Un antico cedimento del terreno lo ha fatto adagiare al suolo, ma senza spezzarlo. La sua forma è un esempio della capacità di adattamento della pianta alle condizioni ambientali. La tradizione popolare racconta invece che i pini ritorti della costa non sarebbero caduti per debolezza: sarebbero stati piegati dall’incantesimo delle ninfe marine, attratti dal loro canto e rimasti per sempre protesi verso il mare.

Più a sud, nella Foresta umbra, sul Monte Sant’Angelo, in Puglia, cresce il Tasso vetusto, un colosso millenario con oltre tre metri di circonferenza. Anticamente chiamato “albero della morte” per via del veleno contenuto nelle foglie e nei semi, la leggenda vuole che le sue esalazioni condannassero a un sonno eterno chiunque dormisse alla sua ombra, colpito dalla maledizione degli dei. Gli antichi vi vedevano un simbolo di pura immortalità perché lo ritenevano capace di far germogliare un nuovo fusto direttamente dal proprio legno marcio, erigendosi a ponte perenne tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

In Umbria, a Nottoria, si trova invece una grande roverella, il cui tronco supera i cinque metri di circonferenza. La chioma si sviluppa attraverso maestose branche orizzontali e occupa un’ampia porzione del paesaggio. Anche intorno a questo albero è nata una leggenda. Si racconta che il Diavolo avesse chiesto a Dio di poter dominare la Terra durante i mesi in cui gli alberi fossero rimasti spogli. Il gelo arrivò e le altre piante persero le foglie. La roverella, però, le trattenne fino alla primavera, quando le nuove gemme erano già comparse. Il bosco non rimase così completamente spoglio e il Diavolo, secondo il racconto, perse la sua scommessa.

Accanto ai nuovi ingressi ci sono alcuni esemplari ormai diventati simboli del patrimonio arboreo italiano.

In Toscana, nel Parco di Villa Carrara, in provincia di Lucca, cresce la Quercia delle streghe, conosciuta anche come Quercia di Pinocchio.È una maestosa roverella, caratterizzata da rami nodosi che si sviluppano quasi paralleli al terreno e raggiungono complessivamente una lunghezza di 41 metri.Il nome deriva dalla tradizione popolare, secondo cui sotto la sua chioma le streghe si sarebbero riunite per i loro sabba notturni. L’albero è stato inoltre associato alla figura di Carlo Collodi e all’immaginario di Pinocchio.

A Longarone, ai piedi delle Dolomiti bellunesi, la Sequoia del Vajont supera i 32 metri di altezza e ha circa 160 anni. La sua particolarità non riguarda soltanto le dimensioni. Sul tronco è visibile una cicatrice che testimonia il disastro del Vajont del 9 ottobre 1963, quando una gigantesca frana provocò un’onda che devastò il territorio e causò quasi 2.000 vittime. La sequoia rimase in piedi. La ferita sul tronco è diventata nel tempo una traccia visibile di quella tragedia e un elemento della memoria legata alle vittime.

In Sicilia, nel territorio di Sant’Alfio, alle pendici dell’Etna, si trova il Castagno dei cento cavalli, uno degli alberi più antichi d’Italia. La sua età è stimata in circa 2.200 anni. Attorno al castagno è nata una delle leggende più note legate agli alberi monumentali italiani. Si racconta che la regina Giovanna d’Angiò, durante una battuta di caccia sull’Etna, fosse stata sorpresa da un violento temporale insieme a una scorta di cento dame e cavalieri. L’intero gruppo avrebbe trovato riparo all’interno dell’enorme tronco cavo. Dal 2008 il castagno gode inoltre di un’ulteriore forma di riconoscimento: l’Unesco lo ha designato “Monumento messaggero di pace”.

In Calabria, nel territorio di Curinga, in provincia di Catanzaro, cresce il Platano orientale di Curinga. L’albero supera i 30 metri di altezza e presenta un tronco ormai cavo, tanto ampio da poter accogliere quasi dieci persone. Una caratteristica che rende immediatamente visibile la straordinaria trasformazione subita nel corso dei secoli. Il platano ha anche una lunga storia nell’immaginario classico. Era considerato un albero sacro a Giove e la tradizione lo associa ai luoghi nei quali Socrate avrebbe insegnato e Platone meditato.

In Sardegna, a Santu Baltolu di Luras, nel territorio di Olbia, cresce l’Olivastro di Luras, la cui età è stimata intorno ai 3.000 anni. È considerato l’albero più antico d’Italia e forse anche d’Europa. Una longevità eccezionale, alla quale si aggiunge un fitto patrimonio di credenze legate alla cultura arcaica sarda. Secondo alcune tradizioni, tra le sue fronde avrebbero trovato rifugio gli spiriti della notte. Al suo legno è stata inoltre associata la realizzazione del mazzoccu, il martello rituale attribuito alla figura dell’accabadora.

In Puglia, a poca distanza dal mare salentino, si trova il Platano dei Cento Bersaglieri, la cui chioma raggiunge circa 700 metri quadrati. La sua grandezza ha alimentato una leggenda legata a Federico II di Svevia. Secondo il racconto, l’imperatore, sorpreso da un violento temporale insieme alla sua cavalleria, avrebbe trovato riparo sotto i suoi rami insieme a cento uomini.

Nel territorio di Acquapendente, nel viterbese, si trova la Quercia di Manildo, un imponente cerro di circa 300 anni. La chioma copre una superficie di circa 500 metri quadrati. La sua storia recente, però, è legata soprattutto a un gesto individuale. Nel 1968 l’agricoltore Manildo Lombardelli decise di salvare l’albero dall’abbattimento. La scelta ha permesso alla quercia di arrivare fino ai nostri giorni e ha legato il nome della famiglia a quello dell’esemplare. La pianta ha superato anche il rigido inverno del 2012 e continua a caratterizzare il paesaggio del territorio di Acquapendente.

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