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A 25 anni dal sacrificio di Falcone

MamoneNei giorni scorsi, nel corso di una lunga intervista rilasciata all’emittente “Sat2000”, Maria Falcone, sorella di Giovanni Falcone, del fratello ha ricordato e sottolineato con forza il ruolo di servitore dello stato. Parlare del giudice Falcone a distanza di 25 anni dalla sua tragica morte significa soprattutto ribadire l’appartenenza ad uno dei due cardini contrapposti della società siciliana: se la criminalità organizzata ha rappresentato e continua a rappresentare principalmente dei disvalori umani e civili, il martirio di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino costituisce la più alta e nobile bandiera dei valori istituzionali di cui si sono alimentate diverse generazioni di ragazzi.

Il consapevole sacrificio di Falcone e Borsellino incarna anche quello dei tanti uomini che hanno pagato con la propria vita il loro “no” militante alle logiche mafiose, da Rocco Chinnici, l’ideatore del pool antimafia a Giuseppe Fava, simbolo di un giornalismo non asservito, fino a Ninni Cassarà, dirigente della squadra mobile di Palermo. Di questi uomini che hanno sacrificato la propria vita per salvaguardare le regole della convivenza democratica c’è un’evidente traccia nel grande mosaico all’ingresso del Palazzo di Giustizia di Palermo. Se quella stagione, con il suo sangue innocente è sempre più lontana nel tempo, lo si deve anche allo straordinario e innovativo impegno di uomini come Giovanni Falcone, punti di riferimento delle confidenze dei pentiti e artefici di quel maxi processo del dicembre 1987, cioè di quasi trent’anni fa che con 342 condanne e 19 ergastoli decapitò buona parte di quei vertici mafiosi e riaffermò con vigore i valori fondanti delle istituzioni.

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