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Alla ricerca del centro perduto

Fino a pochi anni fa era sentire comune che i voti – quelli pesanti – si conquistavano al centro. Il popolo italiano era considerato, in maggioranza, moderato e conservatore. Prova ne è stata che per quasi cinquant’anni la storia repubblicana è stata scritta principalmente da un partito fortemente centrista e “rassicuratore” come la Democrazia cristiana.

Questa “fuga al centro” è continuata anche dopo lo sfaldamento della Dc e dei partiti cosiddetti “laici” negli anni Novanta. I due principali partiti di opposizione nell’era della prima repubblica, il Partito comunista e il Movimento sociale, sono via via scivolati verso posizioni “morbide”, quasi neodemocristiane, che hanno permesso alle due formazioni notevolmente rimaneggiate di diventare addirittura forze di governo. Matteo Renzi da una parte e Gianfranco Fini dall’altra hanno rappresentato l’apice di questa metamorfosi.

I radicali mutamenti sociali degli ultimi quattro decenni hanno rotto la sostanziale “ingessatura” del quadro politico della prima repubblica, bilanciato principalmente nella “appassionata” contrapposizione tra il collettivismo comunista e un anticomunismo doppiopettista, facendo esplodere fenomeni nuovi, in linea con una società più aperta, globalizzata e mediatica. Il berlusconismo, in particolare, presentatosi come cartello dei moderati (e in gran parte ha raccolto i voti dell’ex democristiani e dei laici), in realtà ha alimentato pulsioni dalla natura radicale, non solo sdoganando la destra di Fini e le spinte localiste della Lega, ma anche rafforzando nella propria agenda – fondamentalmente in quella del leader maximo – tematiche e atteggiamenti del tutto nuovi per la storia della repubblica, comprese le accese contrapposizioni con gli altri poteri istituzionali.

L’apice di questa radicalizzazione, alimentata anche dalla crisi economica e valoriale, è oggi impersonato da Matteo Salvini, che ha saputo leggere meglio di altri il bisogno di protezione – il tema a lui più congeniale – espresso dagli italiani (in realtà per buona parte da sempre ben disposti verso l’uomo forte). La sinistra che lo sfida su questo terreno – vedi l’apoteosi mediatica per la comandante della Sea Watch 3, Carola Rachete – finisce per fare il suo gioco. E infatti, stando ai sondaggi, da questa vicenda ha acquisito altri consensi.

Resta, tuttavia, un nodo: con oltre un terzo dell’elettorato diventato salviniano, con i pentastellati di lotta e di governo, con la Meloni che scavalca Salvini a destra e con Zingaretti che riporta i dem su posizioni di sinistra, che fine hanno fatto quei moderati che un tempo egemonizzavano il Paese?

Le difficoltà di Forza Italia, passato in dieci anni dal 40 all’8 per cento, confermano lo sfaldamento di quest’area politica centrista. Analogamente la crisi dei renziani – emblematica la parabola discendente nella presenza nei media, passata da imponente a residuale – la dice lunga sulla difficoltà per i moderati nel riconquistare spazio politico.

A comprendere bene la situazione è il governatore ligure Giovanni Toti, diventato da poco coordinatore di Forza Italia (insieme a Mara Carfagna), ma attivissimo soprattutto con il suo movimento “Italia in crescita”. La sua convention dei giorni scorsi al teatro Brancaccio di Roma ha messo in evidenza proprio gli errori compiuti dalla classe dirigente del suo partito, incapace di leggere i cambiamenti in atto nella società, e ha espresso la necessità delle primarie per garantire nuova visibilità a quel centro che guarda a destra. Alla sua iniziativa romana si sono visti, tra gli altri, Francesco Giro, Osvaldo Napoli, Gaetano Quagliariello Laura Ravetto, Paolo Romani e Vittorio Sgarbi, che ha ben focalizzato: “Il marchio di Forza Italia è consumato. Berlusconi resti come padre nobile, ma non alla guida”.

Questo gruppo, che gode dell’abilità mediatica del leader, ex direttore di “Studio Aperto” e del Tg4, dovrà però vedersela innanzitutto con Mara Carfagna e le sue truppe (Micciché in testa), ma anche con Mariastella Gelmini e con Anna Maria Bernini.

La contrapposizione tra milizie è ancora più accentuata nel Pd dove Zingaretti, che sperava in nuove elezioni per rinnovare la pattuglia parlamentare e renderla a lui fedele, non si libererà facilmente della spada di Damocle renziana. Le schermaglie torneranno presumibilmente zuffe dopo le probabili sconfitte alle prossime regionali in Calabria e Umbria (e non è da escludere l’Emilia-Romagna).

Tuttavia l’aspirazione a conquistare voti centristi è legittima. Per quanto ridimensionato nei numeri, questo elettorato è ancora rilevante e, probabilmente, in gran parte non trova una rappresentanza degna di passati splendori. Non è da escludere che in quell’area crescente del non-voto, un tempo parcheggio di delusi delle aree più radicali, stazionino oggi proprio tanti moderati.   

Domenico Mamone

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