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E’ davvero “ipocrita” il Green Pass?

Nei giorni scorsi il governo ha esteso l’obbligo vaccinale a tutto il personale delle Rsa, le residenze sanitarie assistenziali, e alle altre strutture socio-sanitarie e socio-assistenziali per gli anziani (finora vigeva solo per quello medico e paramedico), includendo anche il personale esterno che lavora in tali strutture. L’introduzione della novità è fissata al prossimo 10 ottobre.

Inoltre ha previsto il tanto contestato Green Pass anche per chi entra nelle scuole e nelle università, compresi i genitori degli studenti, spesso presenti nella vita scolastica dei propri figli per i colloqui con i professori, per ottemperare ai diktat burocratici o semplicemente per partecipare ad attività parascolastiche, ad esempio un saggio di fine anno. L’obbligo riguarda anche i corsi serali. Imposizione che non varrà per gli studenti, ad eccezione di quelli universitari per i quali è già previsto dal primo settembre, mentre sarà vigente per gli operatori delle mense o delle pulizie che prestano servizio nelle scuole, benché dipendenti di ditte esterne. Per controllare sono stati indicati i responsabili delle strutture e i dirigenti scolastici.

A breve potrebbero arrivare analoghe decisioni di estensione del Green Pass per i lavoratori della pubblica amministrazione e del settore privato. E c’è chi parla di obbligo vaccinale.

Le novità attuali e future sulla coercizione diretta o indiretta alla vaccinazione ovviamente alimentano polemiche, anche perché ad esserne coinvolte direttamente sono milioni di persone con diversificate situazioni personali. Molti analisti, anche qualificati, definiscono il Green Pass “ipocrisia di Stato” in quanto incapace di assumersi la responsabilità di obbligare al vaccino.

Se, da una parte, la vaccinazione resta l’arma più efficace contro il Covid e le sue varianti (legittimo, però, interrogarsi sul perché le cure non abbiano fatto alcun significativo passo in avanti) e la sua massima estensione alla popolazione la rende più funzionale (la famosa “immunità di gregge”), è altrettanto legittimo che il cittadino – vaccinato e non vaccinato – si ponga domande etiche sulla limitazione delle libertà individuali o domande pragmatiche sulle conseguenze di una campagna vaccinale che potrebbe estendersi per diversi anni attraverso l’inoculazione di un vaccino di cui comunque non sono accertate le conseguenze cliniche su medio e lungo periodo per ammissione delle stesse istituzioni sanitarie. Si tratta di un legittimo dibattito di cui i decisori dovrebbero tener conto.

Porsi qualche domanda, infatti, non significa sposare, naturalmente, le posizione fanatiche dei cosiddetti No-Vax, che spesso sfiorano atteggiamenti mentali estremi o addirittura sfociano in (isolati) atti violenti.

È altrettanto vero, però, che la colpevolizzazione non può essere la soluzione al problema, anche perché brucia la lunga serie di errori nella gestione della materia, dalla vicenda Astrazeneca alle tante vaccinazioni di categorie che hanno scavalcato gli anziani e i malati, dai fallimenti nelle scuole alla variazione delle date per le seconde dosi fino ad una comunicazione decisamente deficitaria.

A tutto ciò si sommano le naturali e diffuse inquietudini che genera il Green Pass sul fronte economico.

Insomma, come ha fatto giustamente l’apprezzato storico Alessandro Barbero insieme a tanti altri cattedratici, è importante tenere vivo il dibattito, anche perché – in termini pratici – le costrizioni (spesso obbligate) comunque oltrepassano il ritorno ad una normalità che è ancora lontana dall’essere ripristinata. 

(Domenico Mamone)

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