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La scuola (e le teste) di legno

L’intenso dibattito sulla riapertura delle scuole è dominato dai giudizi monocordi di politici e presunti esperti di turno. L’usurato ritornello è quello dell’apertura “in sicurezza”, come se qualcuno possa auspicare il contrario. Un’ovvietà rafforzata dalla sbandierata necessità di coniugare “il diritto alla salute con quello allo studio”. Senza però specificare come. Saranno sufficienti i tre milioni di banchi nuovi di zecca, con rotelle o senza (alcuni, sembra, provenienti dalla Cina) o la decina di milioni di mascherine che saranno quotidianamente elargite negli edifici scolastici (chi paga?) a giustificare tanto ottimismo, spinto fino all’euforico “rischio zero”?

In realtà questa saga di rassicuranti pareri – non proprio da enciclopedia Treccani – del solito canovaccio politico, ornato dai supposti dotti della materia (dopo quelli della salute, avremmo fatto a meno dei pedagogisti specialisti anche di misure anti-Covid) ha come primario esito, di fatto, di rafforzare proprio le forti preoccupazioni generali su cosa avverrà dal 14 settembre in poi.

Infatti, nel “Paese reale” serpeggiano ben altri atteggiamenti. Perché le diffuse chiacchiere televisive dei soliti primi attori finiscono per annebbiare le opinioni, ben più interessate e intrise di una visione meno rosea, delle quattro categorie che costituiscono l’ossatura del mondo della scuola: i docenti, gli studenti, i genitori e il personale amministrativo, tecnico e ausiliario. Accumunati, una volta tanto, da molteplici timori, a cominciare da quelli conseguenti agli allarmanti dati sulla pandemia di questa fine d’agosto.

Vale davvero la pena riaprire fisicamente gli istituti scolastici, specie quelli di secondo grado, se ciò equivarrà a spingere in alto i numeri dei ricoverati o, addirittura, dei decessi quotidiani per coronavirus, come sta avvenendo in Germania, dove stanno facendo dietro-front dopo le riaperture? La scomparsa per “Covid scolastico” anche di un solo esponente delle quattro categorie non potrebbe configurarsi nella vecchia dicitura di “omicidio di Stato”, ingolfando ulteriormente i tribunali?

Se per i bambini più piccoli, la scuola fisica assume anche una funzione di aggregazione e di supporto alla maturazione, nonché di necessità per genitori che lavorano, ben diverso è il discorso per gli adolescenti, il cui mondo è già totalmente segnato dalle nuove tecnologie e da un’autonomia gestionale nell’apprendimento che, per quanto preoccupante, è però un dato di fatto. Non sarebbe stato più utile, allora, anziché acquistare milioni di banchetti (e che fine faranno i milioni di banchi attualmente in servizio?), indirizzare gli investimenti per colmare quel digital divide, quel “divario digitale” che nel nostro Paese – vedere i dati Eurostat – rappresenta una vera e propria emergenza per le sfide professionali future globali dei nostri ragazzi? Non sarebbe stato più proficuo rafforzare la strumentazione per la didattica a distanza, rendendola più efficiente, anziché acquistare tutti questi banchetti che probabilmente già tra un anno, con l’auspicato vaccino, saranno anacronistici? E rafforzare la formazione digitale per i docenti non sarebbe più utile del legno cinese e del cemento fresco che stanno invadendo le nostre già malridotte aule scolastiche? Se poche discoteche sono state capaci di moltiplicare i casi di Covid soprattutto tra i giovani, cosa succederà agli otto milioni e mezzo di studenti e agli 800 mila docenti (età media: 51 anni) con l’assembramento negli edifici scolastici?

E a quale destino vanno incontro quei milioni di genitori, ormai anagraficamente entrati negli “anta”, che convivono con figli studenti, non certo privi da preoccupazioni e responsabilità per eventuali contagi familiari?

E’ una spada di Damocle che, ne siamo certi, depotenzierà la didattica nelle scuole. Perché tanti docenti, spaventati anche dalla necessità di dover prendere un mezzo pubblico superaffollato, preferiranno evitare le aule scolastiche, ad esempio mettendosi in malattia o chiedendo i congedi, accentuando la piaga della discontinuità. Così, per evitare una didattica a distanza che comunque ha garantito l’apprendimento, spesso anche in forme innovative grazie alla contaminazione di generi (i principali problemi sono stati di natura tecnica, sociale o di formazione in materia, quindi ovviabili con idonei investimenti), si rischia di perpetuare una didattica discontinua, con un esercito di giovani supplenti pronti al “sacrificio”. Mentre tanti studenti, categoria colpevolmente per nulla coinvolta e responsabilizzata nei dibattiti di questi giorni, continueranno tranquillamente a vivere le aule scolastiche come hanno sempre fatto nell’era pre-Covid. Con precauzioni ridotte al minimo, ad esempio nella fase della ricreazione. E, vista l’età, non si può dar loro torto.

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