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L’IA non sostituisce l’impresa: la rende più forte se è governata

L’intelligenza artificiale continua ad essere l’argomento del giorno in quanto i suoi effetti seguitano a trasformare profondamente, ogni giorno, i molteplici settori della nostra esistenza quotidiana. Sul fronte aziendale convivono sostanzialmente due atteggiamenti: da una parte la passiva esaltazione dello strumento visto come la soluzione a tante criticità, a cominciare dalla redazione di testi o dall’ottimizzazione di problemi organizzativi e gestionali; dall’altra, però, dovrebbero campeggiare – e non sempre avviene – le preoccupazioni che l’IA possa sostituirsi alla missione stessa dell’azienda, alla sua attività e alla sua attrattività, fino a svuotare di senso il lavoro umano e l’impresa stessa.

L’automatismo è affascinante ma anche pericoloso, rischia di far prevalere l’assoggettarsi allo strumento rispetto alla sua gestione, come ha evidenziato, tra i tanti, Papa Leone. Indubbiamente l’intelligenza artificiale, al pari di tutte le nuove tecnologie e dei modelli operativi, rappresenta un ammaliante, accurato e veloce strumento dai benefici immediati; come tale, però, ha bisogno di essere governato bene ed inserito in realtà che hanno la necessità di adattamento alla novità, quindi di innovazione. Ossia c’è bisogno di riprogettare criteri, ruoli, funzioni, decisioni, processi, finalità misurabili.

Alle nuove tecnologie si possono delegare le attività ripetitive e a basso valore aggiunto, mentre il talento umano deve rimanere protagonista per estro, tattica e relazioni. Non a caso c’è chi definisce l’intelligenza artificiale “un copilota”. Serve, in sostanza, una visione complessiva, una solida strategia aziendale, una governance estremamente chiara. Se c’è competenza e qualità nella gestione dell’IA, questa può costituire sicuramente una leva di rafforzamento per l’azienda. Non è un caso se nelle multinazionali e nei Paesi dove le nuove tecnologie sono favorite e amministrate al meglio, i risultati in fatto di produttività sono estremamente evidenti rispetto a chi è rimasto indietro.

Certamente la gestione dell’IA non è un processo semplice, che si riduce all’acquisto di un software e al suo uso elementare applicato alla comunicazione e al marketing, alla gestione delle risorse umane, alle relazioni esterne, alla customer care. Non si può delegare tutto alla tecnologia, che con i suoi algoritmi – uguali per tutti – rischia di appiattire e standardizzare ogni passaggio, rendendo l’azienda priva non soltanto del controllo delle decisioni più strategiche, ma soprattutto di originalità e di unicità.

Occorre, invece, delineare una piattaforma di responsabilità nella quale individuare principalmente gli obiettivi dell’utilizzo degli strumenti innovativi e nel contempo verificare costantemente i risultati. Come per tutte le novità, c’è bisogno innanzitutto di conoscenza e di formazione continua (reskilling) per rendere l’IA un capitale proficuo, un dinamico acceleratore di valore, un volano di energia computazionale capace anche di ridurre costi e migliorare l’efficienza.

Chi lavora in un’azienda deve accertare potenzialità e limiti dell’IA, superando sia gli entusiasmi fuori luogo sia i diffusi pregiudizi o le paure che determinano spesso utilizzi impropri. La tecnologia ben controllata, all’insegna dell’efficacia e della responsabilità, costituisce quindi un indubbio vantaggio competitivo che trasformerà i rapporti, a livello globale, tra chi saprà adattarsi al meglio ai cambiamenti e chi ne resterà escluso.



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