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L’Italia calcistica, dalle stelle alle stalle

Delle “notti magiche” restano soltanto i ricordi. Ora siamo alle “notti tragiche”. Un flop così – contro la modestissima Macedonia del Nord, di cui ignoriamo quasi tutto, compresi i due milioni scarsi di abitanti (e la 67ª posizione nel ranking Fifa) – entra nella storia. Surclassando anche l’eliminazione – ma nel mondiale del 1966 – da parte della Corea del Nord. E quello più recente, anno 2017, da parte dei biondi svedesi. Soprattutto è la prima volta nella storia che l’Italia, quattro volte campione del mondo e due volte d’Europa, resta fuori da due mondiali consecutivi. Sciagura anche economica: almeno cento milioni di euro bruciati.

Un disastro, un boccone amaro, un dramma, uno psicodramma, un’apocalisse, un’immersione in balia dei fantasmi. Le frasi di circostanza si sprecano. Ma non possono certo attenuare lo sconforto. L’ennesimo mondiale da vivere come spettatori. Non coinvolti direttamente. Pizza e birre, nemmeno più nell’afa estiva visto che si disputeranno in inverno, avranno un sapore diverso. Senza scendere in strada per festeggiare.

Un’Italia, forse, con la pancia troppo piena. Svuotata di stimoli. Bruttissima perché lenta, leziosa e inconcludente. Dove i giocatori hanno scaricato sul compagno di turno la responsabilità di ogni pallone, di ogni giocata, di ogni invenzione. Mai un corner, dei tanti battuti, eseguito in modo decente.

Da settembre la nazionale ha iniziato a farsi male da sola. L’assurdo pareggio con la Bulgaria. L’ostacolo svizzero. I due rigori sbagliati. Fino al paradosso di Palermo, davanti a 35mila tifosi: l’incapacità di finalizzare negli ultimi venti metri e la classica beffa a due minuti dalla fine nell’unica seria azione d’attacco degli avversari. “Nella notte del Barbera il più grande avversario della Nazionale è la Nazionale stessa” scrive giustamente Claudio Savelli su Libero.

Ed ora? L’ennesima rifondazione, forse riaffidata a Mancini, l’amato Mancho, il marchigiano che pubblicizza la sua terra, che però non è più l’invincibile. Anzi. Però, come scrive Mario Sconcerti sul Corriere della sera, “la prima cosa da evitare adesso è il Grande Gesto di Mancini”. Sostiene, a ragione, che ora non servono martiri e nemmeno gentiluomini esasperati. Il problema, forse, è che in un torneo a campionato concluso la concentrazione è alta. Quando la serie A è in piena fibrillazione, l’impegno in nazionale è purtroppo differente.

Forse, però, l’Europeo dello scorso anno per noi è stata un’eccezione. Indubbiamente anche la fortuna è stata dalla nostra parte. E la bravura di Mancini ha fatto il resto. Perché molti giocatori non sono onestamente dei fuoriclasse. Non a caso le squadre di club italiane, benché imbottite di giocatori stranieri, non vincono nulla a livello internazionale da quattordici anni.

Ci affideremo, allora, alle ennesime “nuove leve”. Sui giornali già c’è una lista di nomi: Cancellieri, Fagioli, Lovato, Lucca, Parisi, Rovella, Ricci, Viti. Di molti ignoriamo anche la squadra di appartenenza. Ma sono acerbe ambizioni nate nel nuovo millennio, tutte da verificare. E’ un viatico, una scommessa, un sogno. Un modo per indorare la pillola. Anche perché s’investe pochissimo sui vivai, si preferisce pescare il calciatore straniero spesso spacciandolo per un campione e poi, nei fatti, emergono sempre “le difficoltà di adattamento”, etichetta utile per nascondere i veri motivi perché il club straniero l’abbia ceduto. La realtà, purtroppo, richiede davvero un nuovo miracolo.

Evidenzia Fabrizio Roncone sul Corriere della sera: “La notte di Londra, questa di Palermo: Mancini, adesso, si prepari a crudele irriconoscenza, l’invidia covata esploderà come un bubbone”. Vero. Però questo è il calcio. Sarebbe bastato differente esito per un rigore di Jorginho o per un tiraccio di Berardi dopo il regalo del portiere avversario per raccontare tutta un’altra storia. Fato e scaramanzia. Chissà dov’è ora Giampiero Ventura. Gli eroi tornano sulla Terra. Dopo la tragedia, si riafferma il partito del “non abbiamo campioni e nemmeno fuoriclasse”. Immobile e Insigne, poco più di due comparse. Torna la polemica su un campionato con i giocatori italiani ormai residuali. Con i vivai poco valorizzati e utilizzati. E Londra è stata una vittoria di squadra più che di singoli. Quasi certamente con Belotti, Scamacca o Zaniolo, forse anche con Chiesa, la musica non sarebbe cambiata.

Paolo Condò, su Repubblica, parla di “capitale perduto di personalità” e di “ectoplasma di squadra in balia dei propri fantasmi”. Belle locuzioni, ma a Roma si direbbe “consolazione co l’ajetto”. Però ci offre un ragionamento particolarmente acuto: la nazionale era l’unica ciambella di salvataggio in questa fase di quotidianità critica per tutti. Tra guerre, Covid, bollette e scontrini alle stelle. Sarebbe stato un toccasana anche sociale. Peccato.

Una postilla: al Mondiale 2026, che si giocherà in America (Canada, Stati Uniti e Messico) sarà difficile non qualificarsi in quanto le squadre passeranno dalle attuali trentadue a quarantotto. Perlomeno, si spera, dovremmo disattendere la legge del “non c’è due senza tre”.  

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