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No ai minibot

C’è un’emergenza per pagare i debiti della pubblica amministrazione? Il presunto “coniglio dal cilindro” si chiama minibot, strumento di pagamento esteticamente del tutto simile alla banconota in euro (ma con immagini italianissime, da Fermi e D’Annunzio fino ad Oriana Fallaci). Peccato che i mercati non siano certo disposti a piegarsi alla novità, che tra l’altro verrebbe da uno dei Paesi più indebitati del Globo, rinunciando alla sicurezza.

In sostanza, lo Stato italiano, debitore di diverse decine di miliardi verso i fornitori, risarcirebbe i creditori – per lo più imprenditori – con questo nuovo strumento, però spendibile solo verso la pubblica amministrazione.

Il leghista Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ha difeso strenuamente l’idea perché finalizzata ad accelerare i pagamenti. Il governo è naturalmente con lui. Ma il presidente della Bce, Mario Draghi, giovedì scorso ha dato lo stop con un’efficace sintesi: i minibot “o sono un’altra moneta, e quindi illegali, o sono altro debito”. Sulle sue posizioni anche il governatore di Bankitalia, Visco.

Il timore non remoto, tra l’altro, è che comincino le prove concrete per fuoriuscire dalla moneta unica. I mercati per primi, attraverso il solito spread schizzato in alto, non hanno gradito la novità.

Ma ad opporsi ai minibot sono per primi proprio gli imprenditori. Tanto il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, quanto quello dei Giovani di Confindustria, Alessio Rossi, hanno rispedito al mittente la proposta, sia perché contrari ad ulteriore debito pubblico (salvo che venga fatto per investimenti) sia perché si tratterebbe di carta e non di soldi veri.

In effetti i nuovi titoli manifesterebbero in pieno le difficoltà del nostro Paese, così com’era avvenuto con i miniassegni negli anni Settanta (benché quelli fossero emessi dalle banche) o con le monete parallele nel Sudamerica, con cambi imposti uno ad uno con il dollaro. E sappiamo bene com’è andata a finire. In breve tempo anche i minibot finirebbero con lo svalutarsi e diventare carta straccia.

Provocatoria la proposta di Marco Gay, già presidente dei Giovani di Confindustria, ora Ceo di Digital Magics: perché non usare i minibot per pagare lo stipendio dei parlamentari?

Gli imprenditori, che assicurano stipendi, acquistano materiali e fanno investimenti in euro, non possono finire alla mercé di stratagemmi contabili da parte proprio di chi è delegato a sostenerli. Perché lo sviluppo del Paese dipende principalmente dalla nostra categoria. Specie in questa fase difficile, in cui l’unica certezza è quella di dover pagare le tasse.

Il governo, premiato soprattutto per la lotta agli sbarchi clandestini, deve però fuoriuscire dall’eterna campagna elettorale e rimboccarsi le maniche sul fronte economico: meno assistenzialismo e più investimenti per la crescita. Anche perché, al di là delle chiacchiere, sono i numeri che contano: dopo un anno si è passati da una crescita dell’economia superiore all’un per cento alla stagnazione dello 0,1, con un deficit che sta salendo oltre il 3 per cento, il debito pubblico che rischia di superare quota 135 per cento rispetto al Pil, lo spread addirittura superiore a quello greco ed il rischio di una procedura d’infrazione da parte dell’Unione europea, dove siamo isolati. D’accordo, ci sono state difficoltà congiunturali, ma non ci stancheremo di dire che “reddito di cittadinanza” e “quota 100” sono stati provvedimenti da incoscienti, mentre sarebbe opportuno aggredire seriamente il debito pubblico (con la sua zavorra di interessi), rinnovare le infrastrutture, combattere i tempi lunghissimi della giustizia e la burocrazia asfissiante per far ripartire le imprese e quindi l’intero Paese.

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