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Quarant’anni fa il trionfo della Nazionale in Spagna

Punta quasi sempre l’obiettivo sui trionfi sportivi del passato l’Italia che guarda ai fasti di ieri per distrarsi dall’immiserimento – anche calcistico – di oggi. Il terzo mondiale di calcio vinto nel 1982 in Spagna (dopo quelli del 1934 e del 1938 e prima di quello del 2006) rappresenta, in tal senso, uno dei momenti più esaltanti nella nostra storia nazionale.

Sono trascorsi esattamente quarant’anni da quell’apoteosi quanto mai iconica per il nostro Paese. Caratterizzata dagli immancabili eccessi “all’italiana”. Giungemmo in Spagna accompagnati dal totale discredito dei media, spesso condito da rancore e acredine soprattutto per le scelte del tecnico Bearzot. L’allenatore friulano, propenso al “blocco Juve” (spesso nove undicesimi della squadra), preferì Paolo Rossi, centravanti bianconero, che veniva da una sospensione di due anni perché coinvolto in uno scandalo epocale, lasciando fuori nomi preferiti dalle “piazze” più mediatiche, quali Evaristo Beccalossi dell’Inter e Roberto Pruzzo della Roma. Le polemiche spesso sfociarono in cattiveria, come quando i giocatori vennero definiti “burattini”.

L’inizio di quel mondiale, il primo a 24 squadre nella fase finale (otto in più rispetto ai precedenti), sembrava dar ragione proprio ai giornalisti: gli azzurri pareggiarono le prime tre scialbe partite con Polonia, Camerun e Perù e si qualificarono alla seconda fase soltanto in virtù della differenza reti. A scapito di un forte Camerun. In quei tre incontri, Rossi deluse le aspettative.

Il riscatto avvenne ai danni dei sudamericani: riuscimmo prima ad imbrigliare Maradona e la sua Argentina vincendo due a uno con gol di Tardelli e Cabrini nel secondo tempo, inutile la rete di Passarella nel finale; quindi l’imprevedibile e memorabile vittoria per tre a due con il Brasile, con tripletta di Paolo Rossi, da allora “Pablito” (immortale il gol “di rapina”, intercettando una palla morta nella difesa avversaria). Nel finale fu annullato ingiustamente il quarto gol di Antognoni. Due vittorie e l’Italia volò in semifinale sulle ali di un entusiasmo inaspettato e genuino.

Con quella vittoria da Davide contro Golia, gli azzurri – inconsapevolmente – allestirono il nuovo periodo, anche sociale, per il nostro Paese. Si voltò la pagina nera degli “anni di Piombo”, tra terrorismo e crisi economica, e si tornò a credere in noi stessi, inaugurando ad esempio la fase craxiana, tra nuove luci ma anche immancabili ombre.

La semifinale con la Polonia fu una passeggiata, un tranquillo due a zero, con doppietta dell’ormai immancabile Paolo Rossi.

La finale dell’11 luglio suggellò il trionfo. L’inizio non fu dei migliori, con l’uscita di Graziani per infortunio e il rigore fallito da Cabrini, palla calciata fuori. Ma nel secondo tempo, un’ottima Italia sbloccò la partita con il solito Paolo Rossi al 57’, su assist di Gentile, quindi al 69’ il raddoppio di Tardelli grazie ad un contropiede di Scirea. L’esultanza del numero 14 azzurro è rimasta celebre, una sorta di indemoniato che gridava “Gol!” correndo per il campo.

All’81’ il terzo gol, firmato da Altobelli, su assist di Bruno Conti in azione di contropiede. Inutile il tre a uno tedesco a firma del centrocampista Breitner.

Quel trionfo ha avuto effettivamente degli eroi, a partire dal trainer Enzo Bearzot, che è andato avanti per la sua strada nonostante la pioggia di critiche e di cattiverie. Ma iconico è stato il presidente della Repubblica Sandro Pertini, con quel suo scatto in piedi nella finale, facendo il segno del “tre” al re Juan Carlos di Spagna (storica la frase: “Non ci prendono più”), nonché nella partita a scopone sull’aereo nel rientro in Italia, con il capitano Dino Zoff, con il fantasista Franco Causio e con lo stesso Bearzot.

Nostalgia di un’Italia “operaia”, emblema di un calcio tecnico ed efficace, ma anche di anni certamente più spensierati e meno complicati di quelli odierni.

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