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Quelle tre donne, orgoglio del Sud

Nella psicosi collettiva e mediatica scatenata dal Coronavirus, la notizia che ad isolarne per primo il codice genetico – questo è almeno ciò che hanno diffuso i media nelle scorse ore – sia stato uno staff di tre ricercatrici meridionali dell’ospedale Spallanzani di Roma, nosocomio che costituisce un’eccellenza nel campo, ci riempie d’orgoglio. Non soltanto perché l’Italia è il primo Paese in Europa ad aver isolato il codice genetico del virus, un passaggio importante per diagnosi e cura, ma per le storie professionali delle tre ricercatrici. Sono nate, infatti, rispettivamente in Sicilia, Campania e Molise, confermando il valore delle “menti” del nostro Sud, costrette troppo spesso a cercare altrove l’affermazione professionale.

La dottoressa Maria Rosaria Capobianchi è nata a Procida 66 anni fa, si è laureata in scienze biologiche e si è specializzata in microbiologia. E’ oggi la direttrice del laboratorio di virologia dello Spallanzani, dove lavora dal 2000. Intervistata da Repubblica, racconta: “Mi ricordo ancora il primo giorno di scuola al liceo classico Genovesi di Napoli. Io, piccola isolana, arrivai in ritardo per colpa del traghetto partito da Procida. Finii relegata all’ultimo banco perché entrai per ultima in classe. Ero una provinciale arrivata in città. Dall’ultimo banco, poi, piano piano, avanzai, fino ad arrivare al primo”.

L’altra ricercatrice è Concetta Castilletti, ragusana, 57 anni. Ha effettuato frequenti viaggi in Africa e con i suoi lavori in team a Roma ha contributo alle ricerche contro la Sars, l’Ebola, l’influenza suina e la chikungunya.
E’ soprannominata “mani d’oro”.

La più giovane, Francesca Colavita, 30 anni, è di Campobasso. Sembra che sia stata proprio lei ad isolare il codice. Lavora da quasi sei anni allo Spallanzani come precaria (ha avuto contratti co.co.co.) e fino all’anno scorso guadagnava 16.762 euro all’anno, secondo le informazioni aggiornate al 2018 disponibili sul sito dell’Istituto Spallanzani. Ora è arrivata a circa 25mila. Anche la scienziata molisana vanta una notevole esperienza: proprio insieme alla dottoressa Castilletti ha trascorso un periodo in Africa a studiare e combattere il virus dell’Ebola. E, nel corso di un’intervista oggi a Repubblica, ricorda che il padre Michele, dirigente delle Poste a Campobasso, la indirizzò ad un buon posto di lavoro a tempo indeterminato quando lei aveva soltanto 18 anni. Ma la futura ricercatrice non volle infrangere i propri sogni, si trasferì a Roma, s’iscrisse all’università ed ecco oggi il premio a tanti sacrifici.

Insomma, c’è una bella storia di Mezzogiorno che c’invita a riflettere: il nostro Sud è pieno di risorse umane d’eccellenza, ma mancano le opportunità per valorizzarle. E’ la dimostrazione più evidente di come gli investimenti non possano trascurare settori strategici come la ricerca e l’innovazione, mentre spesso, purtroppo, diventano veri e proprio sprechi in “cattedrali nel deserto”.

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