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Riformare il calcio, ma come?

Parlare di calcio sembra materia di rango inferiore rispetto a temi quali la politica, l’economia, la società in genere. Eppure proprio il fenomeno sportivo, sempre più ingigantito in tutti i suoi aspetti, è ramificato ormai in ognuno di questi campi, con un impatto certamente tra i più rilevanti per l’opinione pubblica. Si pensi unicamente alle conseguenze, anche d’immagine ed economiche oltre che in termini di passione sportiva, che ha avuto l’esclusione della squadra azzurra dagli ultimi due mondiali di calcio.

Del resto i collegamenti tra mondo calcistico e vita di tutti i giorni sono molteplici. Ad esempio, tanti esponenti dello sport finiscono in politica: se Damiano Tommasi da pochi mesi è sindaco di Verona, il presidente della Lazio Claudio Lotito è novello senatore di Forza Italia eletto in Molise, con l’impegno prevalente di offrire un’ancora di salvezza ad un calcio super indebitato (dopo aver ottenuto a dicembre la rateizzazione delle tasse non pagate dai club di serie A, nei giorni scorsi ha depositato vari emendamenti al Milleproroghe, tra cui uno che prevede per i diritti tv la proroga della scadenza del contratto attuale). Altri collegamenti sono individuabili nelle vicende giudiziarie conseguenti alle opacità dei bilanci o alle discutibili operazioni finanziarie che vedono coinvolte più società calcistiche. O ancora, lo stretto legame, purtroppo in negativo, tra mondo del calcio e vita quotidiana lo offrono i frequenti scontri tra tifosi, gli ultimi sull’autostrada o nel derby tra Paganese e Casertana. C’è poi la vicenda delle tante morti premature di calciatori, che spinge l’attenzione sui rapporti tra sport e mondo sanitario. E la questione della scarsa valorizzazione dei giovani calciatori, con implicazioni anche sociali attraverso le scuole-calcio che hanno un valore sociale e di integrazione incommensurabile, quello che il calcio e lo sport in generale ha nelle nuove generazioni attraverso il rispetto delle regole, dell’avversario, dell’arbitro e del risultato. Poi i business dei diritti televisivi, della costruzione di nuovi stadi, delle scommesse, delle infiltrazioni preoccupanti. E si potrebbe continuare all’infinito.

Tutto ciò pone da tempo una domanda: come riformare un calcio italiano che risulta malato irreversibile da ormai troppi anni? Che cosa ha prodotto l’industrializzazione e la finanzarizzazione del pallone, con società quotate in Borsa, operazioni di compravendita dei giocatori sempre più nebulose, diritti televisivi, partite quotidiane e soprattutto un movimento di soldi veri o presunti sempre più frenetico e incontrollabile?

Ecco, il primo punto incontrovertibile è che il calcio non è esente dall’evoluzione consumistica della nostra società. I soldi sono ormai il motore quasi assoluto del pallone e le conseguenze più immediate investono i ritmi frenetici di tutta la macchina, con partite ormai quotidiane, panchine sempre più lunghe, protagonisti diventati star. Il problema centrale è riposto nel rischio che il più bel giocattolo per ragazzi e adulti si alteri definitivamente – in parte è già successo – o addirittura si rompa definitivamente.

Talvolta la memoria è corta, ma non ci dobbiamo dimenticare che tante squadre blasonate sono fallite negli anni scorsi. Tra queste, il Bari, la Fiorentina, il Napoli (sì, il Napoli…), il Parma, il Torino.

Dal 2000 ad oggi in Italia sono fallite o non sono riuscite ad iscriversi al campionato ben 188 società calcistiche. La media è di nove squadre a stagione. Tra le tante, come ricorda il sito di Archistadia, il Catania nel 2001, la Fiorentina nel 2002, Cosenza e Varese nel 2003, Napoli, Ancona, Brindisi e Pro Vercelli nel 2004, Benevento, Como, Perugia, Reggiana, Salernitana, Spal e Torino nel 2005, Catanzaro nel 2006, Spezia e Teramo nel 2008, Avellino, Pisa, Pistoiese e Venezia nel 2009, Arezzo, Matera e Rimini nel 2010, Brindisi e Cavese nel 2011, Foggia, Piacenza, Taranto e Triestina nel 2012, Campobasso e Treviso nel 2013, Padova e Siena nel 2014, Parma e Reggina nel 2015, Pavia nel 2016, Latina e Messina nel 2017, Bari, Cesena, Palermo e Trapani nel 2018, Lucchese e Siracusa nel 2019, Siena nel 2020, Casertana, Catania, Chievo, Livorno, Novara e Sambenedettese nel 2021. Insomma, ormai è una consuetudine e ogni anno c’è un nuovo elenco.

Questo spaccato di società nei guai dimostra come i problemi sia trasversali e interessino non solo tutte le serie, ma anche ogni regione italiana.

Il direttore sportivo della Lazio, Igli Tare, ospite di recente ad una lezione di diritto sportivo alla Luiss di Roma, ha ricordato che sono rimaste soltanto quattro proprietà familiari in serie A, cioè Atalanta, Lazio, Napoli e Udinese, evidenziando che le multinazionali “hanno solo interesse commerciale e si perde il bello del calcio: la passione, l’amore. Quei fondi lavorano con gli algoritmi e non vogliono più sapere della storia della squadra e della città”. Ragionamento che non fa una piega.

Insomma, il calcio è sempre più specchio di una società dove i debiti aumentano (il Covid ha accentuato i problemi) e le strane operazioni finanziarie sono all’ordine del giorno.

Si sta parlando molto di quello che è successo alla Juventus, tra l’altro durante un campionato in corso, e più di un osservatore ha rilevato come i bianconeri, messi sull’altare sacrificale, rischino di incarnare il capro espiatorio di un calcio estesamente malato, anche perché la solerzia della Procura di Torino non è paragonabile alla stasi di altre Procure.

Il problema vero è che nessuno pone argini alla degenerazione economica ormai globalizzata del calcio (i mondiali in Qatar hanno acceso ulteriori polemiche in tal senso, così come la finale della supercoppa italiana giocata in Arabia Saudita), mentre, specie in Italia, si punta sempre a piccole riforme che sono più di facciata che di sostanza. Ricordano il cambiamento per non cambiare nulla sullo stile del “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa.

Ad esempio, mentre tanti club affogano nei debiti, il dibattito è incentrato su nuove regole per il fuorigioco, per la quota delle sostituzioni, per la Var, per il tempo effettivo delle partite. La novità delle seconde squadre, introdotta nel 2018, che possono giocare in C e in B, è stata finora fallimentare perché solo la Juventus ha lanciato la Juventus Next Gen che milita in C, mentre altre squadre chiedono già di cambiare le norme a causa degli alti costi. C’è poi il tema della riduzione del numero dei club in serie A (dagli attuali 20 tornare a 18 o a 16?), in teoria per migliorare la distribuzione delle risorse economiche, ma in sostanza per ridurre il numero delle partite in calendario, specie in serie A. Infatti a breve occorreranno più date libere in ambito internazionale in quanto dalla stagione 2024/25 la fase iniziale della Champions League sarà a girone unico da 36 squadre, dove ogni squadra giocherà almeno otto gare, due in più di quelle attuali, più i preliminari.

I cambiamenti non sono così facili per vari motivi.

Innanzitutto il mondo del calcio è diviso tra quattro associazioni legate alle diverse serie (dalla A ai dilettanti, questi ultimi coinvolgono ben oltre un milione di tesserati e quasi 50mila squadre), con interessi diametralmente opposti. Poi ogni riduzione del numero di squadre equivale al calo degli introiti per i diritti televisivi (attualmente un miliardo di euro per la sola serie A) e ciò favorirebbe solo i club più blasonati, con impegni internazionali. Ridurre le squadre di serie A, senza toccare gli altri campionati (20 squadre attualmente in B e 60 in C) creerebbe ulteriori squilibri. Altre riforme, come quella della giustizia sportiva della Figc o quella complessiva governativa dello sport o ancora la proposta di introdurre la figura del semi-professionista non incidono sul nodo vero che è quello economico, tra l’altro con implicazioni globalizzate (si pensi alle tante gestioni straniere delle società italiane ed europee).

Più andremo avanti e più saranno rari gli esempi di squadre esenti da cattiva gestione, opacità contabili e bilanci in rosso. Purtroppo. Anche perché la passione per uno degli spettacoli più belli del mondo, sul campo, è e resterà inesauribile.

(Domenico Mamone)

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