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Vicenda Grillo, tra disperati garantismi e gogne mediatiche

La vicenda giudiziaria che vede quattro ragazzi accusati di stupro, uno dei quali è figlio di Beppe Grillo, pur nella sua complessità invita a qualche utile riflessione.

Innanzitutto l’episodio non avrebbe avuto un impatto mediatico così forte – e infatti per due anni non l’ha avuto – se lo stesso Beppe Grillo, con un pur spiegabile e solerte garantismo familiare, non avesse diffuso un tormentato video-monologo in cui, con uno stile non certo pacato, “minimizza” quanto accaduto con argomenti decisamente discutibili.

Al di là dello specifico episodio avvenuto in Sardegna, sul quale la giustizia deve ancora emettere il suo responso, è grave la marginalizzazione mediatica di tanti episodi del genere, solitamente liquidati con una notizia breve. Se pensiamo ad un riferimento in materia con analogo impatto mediatico, dobbiamo addirittura tornare indietro di oltre 45 anni fa, a quel massacro del Circeo in cui due giovani amiche, Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, furono attirate con l’inganno in una villa del litorale e a lungo seviziate, una fino alla morte.

Il tema della rilevanza mediatica non è marginale. Non parlarne, come quasi sempre avviene nei numerosi casi che accadono quotidianamente, perpetua quella mentalità arcaica e omertosa del “superuomo” a cui sono concesse le azioni più nefande, come la manipolazione, il raggiro, il condizionamento psicologico, l’ubriacatura finalizzata ad annullare anche mentalmente la vittima, fino alla violenza fisica e, nel contempo, ad espropriare un essere umano traumatizzato a vita di quella presa di coscienza collegata alla volontà di denunciare.

Al di là della questione se la ragazza fosse o meno consenziente, avere rapporti a turno con lei – come ammesso dagli imputati – riduce il sesso all’ennesimo gioco di gruppo, una sorta di ginnastica collettiva, in cerca della più fugace ed effimera emozione. Materia da psicologi e da disastro culturale, con l’immancabile appendice del video, figlio dei tempi.

Colpisce che per affrontare una volta per tutte questi temi serva un controverso soliloquio di un personaggio pubblico che, pur nel ruolo di padre affranto, diffonda sospetti sulla ragazza protagonista-vittima della vicenda, contestandone ad esempio la denuncia “ritardata” di otto giorni (come se la credibilità sia questione di tempo), minimizzi il ruolo dei ragazzi e soprattutto contesti un’indagine della magistratura.

(Domenico Mamone)

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