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Macron, da mito europeista a leader nazionalista

MamoneQuando nel 1997 Tony Blair divenne primo ministro del Regno Unito (e ci rimarrà dieci anni), nel nostro Paese si salutò con enorme entusiasmo – soprattutto in campo progressista – l’ascesa del bel politico scozzese. Ritenendolo un modello di modernismo, di saggezza e di equilibrio. E’ un vecchio vizio italico quello di cercare virtuosi modelli tra “l’erba del vicino”.

Peccato che, con il passare del tempo, Blair non abbia certo brillato come illuminato statista. Anzi, sulla scia di Bush, è stato uno dei premier più guerrafondai del nuovo secolo. Non ha, infatti, risparmiato lavoro alle forze armate britanniche spedendole, oltre che in Kosovo e in Sierra Leone, anche in Afganistan nel 2001 e soprattutto in Iraq nel 2003, aggressione mossa con il pretesto di informazioni d’intelligence rivelatesi poi false (armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein) e tra le cause del recente caos in Medio Oriente e dell’ascesa dell’Isis (tutto ciò sarà poi confermato in una recente intervista dello stesso Blair alla Cnn americana, chiedendo scusa per gli errori commessi).

Lo stesso entusiasmo dei benpensanti “nostrani” ha accompagnato la figura di Obama. Peccato che il bilancio della sua presidenza sia stato sonoramente bocciato dagli americani con l’esigenza di “voltare decisamente pagina”, premiando addirittura l’eclettico Donald Trump.

Altro Adone di “resistenza” è stato il primo ministro greco Alexīs Tsipras, sul cui nome è stata persino costruita una lista transnazionale per le elezioni europee, italiani in prima fila. Oggi, secondo i più recenti sondaggi, il suo gradimento in Grecia sarebbe dimezzato. Tra le colpe, l’aver accettato gli “inumani” diktat della troika. In particolare lo si accusa – soprattutto a sinistra – di aver eseguito il programma “lacrime e sangue” di riforme imposto dai creditori (ma bocciato dal referendum popolare). Ciò, come noto, ha provocato la scissione di Syriza, il partito del leader, oggi in caduta libera nei sondaggi (dal 35,46 per cento delle elezioni di settembre 2015 all’attuale forbice tra il 15 e il 18 per cento).

Tale eccitazione per “icone” di politici stranieri – che in casa nostra aveva già accompagnato l’affermazione di François Hollande alla presidenza francese, finito poi malamente – s’è rinnovata di recente con l’elezione del giovane Emmanuel Macron, salutato come simbolo dell’europeismo, dei diritti umani, del solidarismo, della sussidiarietà, dell’antipopulismo, della globalizzazione. “Una chance di dare nuova linfa al progetto europeo” si scriveva sui giornali progressisti, come ricorda oggi il Financial Times. Sono passati appena due mesi per renderci conto che il politico francese sta brillando esattamente per fattori opposti: nazionalismo, sciovinismo, populismo, protezionismo.

Sul tema dei migranti, ad esempio, s’è allineato con le posizioni di Austria e Spagna (e di gran parte dell’Europa), scaricando tutti gli oneri dell’accoglienza sul nostro Paese (probabilmente per la gioia di molte Ong, che continuano indisturbate a fare affari) e rafforzando i presidi militari sui confini (vedi “questione Ventimiglia”).

In politica estera, emblematica la sua posizione sulla Libia, al cui attuale caos ha contribuito principalmente il collega Sarkozy con i suoi caccia transalpini contro Gheddafi. Macron sta portando avanti un’iniziativa unilaterale che fa a pezzi lo spirito europeista. L’Europa dei popoli, tanto agognata proprio da suoi connazionali come Jean Monnet o Robert Schuman, si sta traducendo nel classico mors tua vita mea. Del resto il giovane presidente francese non fa altro che cercare di raccogliere i frutti di quella destabilizzazione del Maghreb prodotta proprio dalla Francia.

Grandi dosi di patriottismo “alla De Gaulle” anche sulla vicenda dei cantieri navali Stx, che il presidente vorrebbe (legittimamente) nazionalizzare, in violazione di un precedente accordo con l’italiana Fincantieri.

A questo punto c’è da chiedersi cosa avrebbe potuto fare di più “apocalittico” una Le Pen all’Eliseo, secondo i benpensanti italiani. E come mai certi politici, salutati in campo progressista come “illuminati”, finiscano sempre per abbozzare politiche smaccatamente di destra, tra difesa dei confini nazionali, militarizzazione delle città per garantire sicurezza, protezione di industria e commercio, uso disinvolto delle forze armate.

Non sarà il caso, allora, che molti politici italiani anziché incoronare anzitempo i modelli stranieri o fare a gara per esprimere il concetto più bello sotto l’ombrellone di Capalbio, tornino a toccare con mano i problemi reali dei cittadini, tra insicurezze economiche e sociali quotidiane?

(Domenico Mamone)

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