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Il “patto per la fabbrica” di Calenda

Domenico MamoneLanciata dalle pagine del Sole 24 Ore, la proposta di un “nuovo patto per la fabbrica” firmata dal ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, e dal segretario della Fim Cisl, Marco Bentivogli, costituisce certamente un progetto concreto e fattibile nel mezzo delle tante aleatorie promesse elettorali da “Tagli, ritagli e frattaglie”. Il ministro e il segretario vedono la necessità di tornare ad occuparsi di un piano industriale per il Paese – che manca da troppo tempo, aggiungiamo noi – un piano che dovrebbe essere incentrato su investimenti e crescita per negoziare flessibilità con Bruxelles.

In sostanza s’apre la fase di Lavoro 4.0, propedeutica per il piano Impresa 4.0 (venti miliardi in un triennio), sfornato dai governi a guida Pd.

L’attenzione al settore non può essere che salutata con interesse. Emerge finalmente la consapevolezza che i processi di trasformazione dell’economia sono sempre più rapidi a causa delle nuove tecnologie (importante sarà la banda ultralarga, strategica leva di produttività) e che quindi occorrerà stare al passo con i tempi per non penalizzare imprese e lavoratori. Per i due, infatti, serve un fondo equivalente al “Globalization Adjustment Fund” dedicato alla riconversione di lavoratori e aziende disorientati da innovazione e globalizzazione. In questo contesto sarà necessario sostenere maggiormente gli accordi di libero scambio per favorire l’accesso delle nostre aziende ai mercati esteri, potenziare la formazione continua e il welfare aziendale.

“Occorre rispondere ad una produzione che sarà sempre più ‘sartoriale’ – scrivono i due – e quindi il contratto nazionale ha senso non solo se ne riduce drasticamente il numero delle tipologie, che negli ultimi anni è esploso. Va incoraggiato il decentramento contrattuale, utile anche ai programmi condivisi di miglioramento della produttività, a livello territoriale, di sito e di rete”.

Nel progetto si accenna anche alla positiva esperienza del Piano straordinario per il Made in Italy, che ha coinvolto oltre 17mila imprese e ai Nuovi contratti di sviluppo destinati per l’80 per cento al Mezzogiorno, il cui rifinanziamento “costituisce una priorità per gli anni a venire”.

Si tocca anche il tema della concorrenza: Calenda e Bentivogli auspicano iniziative “settoriali”, intervenendo in particolare sui servizi pubblici locali e sulle concessioni: “da quelle balneari alle autostrade”.

Calenda è certamente una delle figure politiche dalla maggiore ascesa proprio grazie alla capacità, con indubbie doti manageriali e diplomatiche, di dimostrare concretezza, limitando gli slogan e le promesse ad effetto tanto in voga in politica. Romano, classe 1973, figlio dall’economista Fabio Calenda e della regista Cristina Comencini, laurea in giurisprudenza alla Sapienza a Roma, dopo aver lavorato per società finanziarie è approdato nel 1998 alla Ferrari di Montezemolo, dove ha assunto i ruoli di responsabile gestione relazioni con i clienti e con le istituzioni finanziarie. Dopo le esperienze in Sky Italia e in Confindustria, ha iniziato la carriera politica in Italia Futura, il think tank economico promosso da Montezemolo. Da questo organismo nascerà Scelta Civica, con cui Calenda si candida alle ultime politiche nel Lazio senza essere eletto. Sarà però nominato vice ministro allo Sviluppo Economico nel governo Letta e confermato nel ruolo anche da Renzi. A gennaio 2016 Calenda viene infine nominato rappresentante permanente dell’Italia presso l’Unione europea, ruolo solitamente riservato ai diplomatici di carriera. Una novità che la dice lunga sul futuro che potrebbero avere le idee del manager prestato alla politica.

(Domenico Mamone)

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