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Crescono i costi per gli apicoltori: aumenta il volume ma diminuisce la resa

L’apicoltura italiana cresce per numero di alveari e per attenzione alla sostenibilità, ma deve fare i conti con costi di produzione elevati, un clima sempre più instabile e margini in progressiva riduzione. È il quadro che emerge dal Rapporto Honey Cost – Analisi di contesto e risultati economici dell’apicoltura italiana. Biennio 2023-2024, realizzato dal Crea – Centro politiche e bioeconomia con il contributo del Centro agricoltura e ambiente e inserito nel Programma statistico nazionale. L’indagine, pubblicata nel 2026 e riferita al biennio 2023-2024, è la prima rilevazione statistica europea dedicata ai costi aziendali delle imprese apistiche e offre una fotografia aggiornata del settore.

L’Italia si conferma tra i principali Paesi europei per patrimonio apistico, con oltre 1,5 milioni di alveari. Un’apicoltura che non è soltanto una filiera alimentare. È un’attività che contribuisce all’impollinazione, alla biodiversità e alla qualità delle produzioni agricole. Per questo, servono politiche integrate capaci di tenere insieme economia, clima, salute degli alveari e tutela degli ecosistemi. Dal rapporto emergono forti differenze territoriali e organizzative: accanto a migliaia di piccoli apicoltori operano aziende professionali più strutturate, spesso orientate al nomadismo, alla qualità del prodotto e alla sostenibilità.

Le 769 aziende coinvolte nell’indagine descrivono un comparto in evoluzione, nel quale innovazione, ricambio generazionale e produzione biologica assumono un ruolo sempre più rilevante. L’analisi del Crea evidenzia comunque una redditività ancora molto limitata influenzata dalla resa degli alveari, dall’organizzazione del lavoro, dal peso dei costi, dalla capacità di valorizzare il prodotto e dalla possibilità di accedere a mercati più remunerativi. Nel biennio considerato la resa media è stata di circa 19 kg di miele per alveare, la produttività media si è attestata intorno a 186 euro per alveare e la redditività è rimasta inferiore a 65 euro per alveare.

La produzione nazionale di miele è stimata in circa 44 mila tonnellate, in aumento rispetto al biennio precedente. Il recupero quantitativo non elimina però le incertezze. Eventi climatici estremi, siccità e fioriture primaverili compromesse rendono più difficile programmare l’attività aziendale e aumentano la variabilità delle rese. Una componente essenziale analizzata nel rapporto è la salute delle api. Varroosi, virus, nosemosi e nuovi predatori in espansione possono indebolire le colonie e ridurre la capacità produttiva degli alveari.

Sul fronte commerciale, gli apicoltori devono confrontarsi con importazioni a prezzi competitivi e con una domanda interna descritta come poco dinamica. In questo contesto, l’aumento dei costi di produzione fatica a trasferirsi sui prezzi finali del miele.

Il costo economico totale di produzione, comprensivo del lavoro, sfiora i 9,7 euro al kg. “I costi di produzione — dichiarano dal Crea — confermano che la competitività del miele italiano dipende sempre più dalla capacità di trasformare qualità, origine e servizi ecosistemici in valore riconosciuto dal mercato”.

L’indagine Honey Cost è stata, un riconoscimento che ne rafforza il valore istituzionale. I dati si riferiscono al biennio 2023-2024, il più recente disponibile dopo le fasi di raccolta, validazione ed elaborazione delle informazioni aziendali.

Il Crea ha annunciato che il progetto proseguirà con rilevazioni annuali, con l’obiettivo di costruire una base dati stabile e comparabile nel tempo, utile per orientare le politiche pubbliche a sostegno dell’apicoltura.

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