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Come uscire dal disastro in Ucraina

Sono passati ormai quindici mesi da quel 24 febbraio 2022 in cui Vladimir Putin insieme ad alcuni oligarchi decideva d’invadere l’Ucraina con una guerra definita allora demagogicamente “un’operazione speciale per demilitarizzare e denazificare” quel Paese.

Certo esistevano lì tanti problemi di gestione della convivenza tra ucraini e popolazioni russofone che non erano stati risolti e avevano anzi portato ai violenti scontri del 2014 con ben quattordicimila morti, ma a quel contrasto si era cercato di porre rimedio con gli accordi di Minsk non rispettati da nessuna delle due comunità dietro le quali si fomentava odio e violenza da ogni parte per motivi che andavano oltre i pur legittimi diritti di autonomia delle minoranze etniche.

La guerra ha prodotto già disastri incalcolabili sul piano umano ed economico.

Finora i morti nei due eserciti superano i duecentottantamila e a questi occorre aggiungere i civili il cui numero sfugge ancora a un calcolo attendibile.

Otto milioni di ucraini hanno lasciato il proprio Paese.

Abbiamo potuto seguire quasi in diretta il calvario di Mariupol o le atrocità di Bucha che hanno portato a enormi massacri e all’accusa di crimini di guerra nei confronti dei Russi.

L’Ucraina appare già un territorio devastato da bombardamenti che hanno cercato la distruzione delle fonti energetiche, delle infrastrutture, ma anche delle città alcune delle quali sono state interamente rase al suolo.

Le sanzioni alla Russia e le reazioni conseguenti hanno prodotto inizialmente tensioni sul mercato energetico internazionale e poi anche il blocco dell’esportazione del grano ucraino che ha messo in serio pericolo milioni di persone al mondo.

Siamo davvero davanti a una catastrofe umanitaria che ormai si ripete sistematicamente in diverse aree geografiche determinata dalla follia di decisioni prive di ogni razionalità e buon senso.

Nel settembre 2022 l’annuncio di un reclutamento di trecentomila militari provoca una fuga di massa dalla Russia di giovani suscettibili di essere inviati al fronte.

In quello stesso mese con dei referendum senza alcuna garanzia di libertà di espressione del voto Putin annette alla Federazione Russa le regioni di Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia nelle quali viene instaurata la legge marziale dichiarando stranieri quelli che non si sottomettono al dominio russo.

Di fronte a una guerra che ha prodotto fin qui risultati devastanti esistono le certezze che spesso portano all’esasperazione delle posizioni ideologiche, i dubbi di quanti provano a riflettere con calma e ad aprire l’orizzonte di analisi complesse e infine i silenzi di chi rinuncia a esporsi rifugiandosi nell’indifferenza.

Se i conflitti armati sono una sciagura per l’umanità, il nostro compito è comunque e sempre quello di rimuoverne le cause da analizzare senza infingimenti cercando le soluzioni praticabili ai problemi insorti.

La guerra condotta oggi in Ucraina ha sicuramente ragioni lontane e motivi più recenti.

Le prime vanno ricercate nello statalismo, nel colonialismo, nell’imperialismo e nelle dittature che hanno creato nella storia una convivenza estremamente difficile e conflittuale all’interno degli Stati ma anche tra i popoli.

Dopo i due grandi conflitti mondiali non siamo riusciti né con la Società delle Nazioni e tantomeno con l’Onu a creare organismi sovranazionali veramente democratici e super partes in grado di gestire le relazioni internazionali e la garanzia dei diritti nel mondo.

La guerra fredda ha portato alla strategia del riconoscimento delle zone o sfere d’influenza che hanno prodotto il consolidamento delle grandi potenze in aree geografiche nelle quali i piccoli Stati sono divenuti loro satelliti.

La conseguente divisione dell’Europa secondo tali logiche ha generato esiti negativi cui non riusciamo a porre rimedio.

Il Patto di Varsavia e la Nato erano funzionali a tale sistema.

Con la liquidazione del primo non siamo stati capaci di sciogliere la seconda ponendo le basi per una pace duratura a livello planetario e modificando il progetto rooseveltiano delle Nazioni Unite che certo non aveva nulla di veramente democratico con un ruolo marginale dato all’Assemblea Generale e quello prevalente del Consiglio di Sicurezza determinato dal potere di veto riconosciuto solo a cinque nazioni che alla fine hanno la facoltà decisionale sulle grandi questioni.

I disastri che ha prodotto l’imperialismo da ogni direzione credo siano palesi.

Il progetto della costruzione dell’Unione Europea avrebbe potuto disarticolare tale disegno di ordine mondiale creando i presupposti di organizzazioni internazionali democratiche se solo tale piano fosse riuscito a non fermarsi a livello economico, ma a diventare anche politico.

L’allineamento di grandi potenze come la Russia, la Cina e l’India sta rafforzando nuove forme di Stati autocratici che si muovono per una ridefinizione dell’assetto dell’ordine mondiale funzionale ai loro interessi economici che cercano di consolidare con interventi militari e con forme di nuovo colonialismo che stiamo registrando in medio Oriente, in Africa, in Asia e nella stessa Europa.

Di qui le guerre locali sparse dappertutto nel mondo e generate appunto soprattutto dalle grandi potenze.

In particolare sulla guerra posta in essere in Ucraina la prima cosa che occorre riconoscere è che la sua invasione ad opera della Federazione Russa è parte di questa divisione del mondo in zone d’influenza in cui Putin con il collasso totale del socialismo e della democrazia si è inserito da tempo calpestando come altri il diritto internazionale e l’autonomia dei popoli.

Il crollo interno dell’URSS ha portato molti Paesi dell’Europa orientale a una diaspora verso l’Unione Europea talora con la richiesta di associazione alla Nato.

Vogliamo chiederci al riguardo se nella gran parte dei casi si sia trattato di pressioni provocatorie dell’Alleanza Atlantica o molto più semplicemente di una scelta autonoma delle nazioni interessate?

Le tare del sistema sovietico stanno portando un autocrate e il suo cerchio di oligarchi a una politica espansionistica che sembra riportare al sogno della grande Russia.

Tale processo, iniziato con conflitti a bassa e media intensità in Cecenia, seguiti poi dagli interventi armati in Georgia, Kazakistan, Crimea, in Libia e in Siria a sostegno di Assad, si è manifestato chiaramente in questa aggressione all’Ucraina e si rivela ancora di recente nella guerra civile in Sudan in cui è presente questa Brigata Wagner che tanti orrori diffonde nei territori in cui opera.

L’allineamento tra Russia e Cina va avanti ormai da anni e ha reso possibile non solo questa guerra nel cuore dell’Europa, ma anche la pressione militare cinese su Taiwan che entrambe sono vissute ovunque con estrema apprensione.

L’invasione dell’Ucraina rappresenta uno dei più sfrontati attacchi imperialisti come lo sono stati i tanti posti in essere dagli Stati Uniti d’America.

Avendo personalmente condannato questi ultimi in tutte le loro guerre di aggressione scendendo in piazza per difendere il diritto alla libertà e all’autonomia dei popoli, trovo davvero inaccettabile la posizione di chi pensa ora alla fine del conflitto aperto nel cuore dell’Europa senza chiedere non solo il cessate il fuoco, ma anzitutto il ritiro immediato delle forze militari russe da quell’Ucraina che alcuni immaginano possa arrivare a trattative di pace attraverso compromessi o rinunce territoriali proprio con chi come Putin non solo non riconosce l’autonomia e la libertà di uno Stato, ma nega perfino l’esistenza etnica e dunque l’identità del popolo che lì vive.

Non si può certo negare il ruolo aggressivo della Nato in molte aree del mondo né certe scelte che spingono all’escalation nei conflitti, ma credo che l’origine prima di quanto sta accadendo in Ucraina vada attribuito a Putin e al suo cerchio oligarchico di potere che, negando la libertà e l’autonomia di un popolo, crea un atto gravissimo di negazione del diritto internazionale che potrebbe generare nuovi tentativi espansivi in tale direzione.

Se si vuole allora il rispetto della libertà dei popoli, che non possono accettare l’intromissione di chicchessia nelle loro scelte autonome, occorre nel conflitto ucraino ancora in corso congelare gli scontri militari, chiedere alla Russia di ritirare le truppe e avviare i negoziati di pace.

Publio Cornelio Tacito nella sua opera “De vita et moribus Iulii Agricolae” ci ammonisce a non considerare una condizione di pace quella dell’assenza della guerra in un luogo dove con la stessa abbiamo creato il deserto ovvero la distruzione e l’assenza di condizioni accettabili di vita.

Lavoriamo allora sul piano diplomatico per un cessate il fuoco che non può essere né la vittoria di qualcuno e tantomeno la resa di altri, ma porti a un’Ucraina libera, autonoma e neutrale in un contesto che ribalti le logiche dell’imperialismo e di un ordine mondiale garantito dalle grandi potenze e veda la politica mondiale proiettata finalmente verso un internazionalismo in cui il diritto dei popoli sia assicurato dagli organismi delle Nazioni Unite ridisegnati in modo democratico e fuori da ogni logica che ha immaginato il diritto di veto.

Ricucire le relazioni internazionali problematiche generate dall’imperialismo significa snidare gli atteggiamenti ambigui e tentennanti degli Stati Uniti ma oggi soprattutto della Cina.

Le mediazioni non sono facili e vanno cercate a livello multilaterale tentando di convincere le parti in causa e in generale tutti che il conflitto in atto si può e si deve gestire solo in maniera non violenta perché più esso si prolunga e più diventa problematico porre fine alla tragedia cui stiamo assistendo.

Le proposte fin qui avanzate non affrontano concretamente i nodi del problema.

Nella sua recente visita in Ungheria papa Francesco si è giustamente chiesto: “In questa fase storica i pericoli sono tanti oggi, tanti; ma, mi chiedo, anche pensando alla martoriata Ucraina, dove sono gli sforzi creativi di pace? Dove stanno?”.

I danni generati da questa guerra sono così gravi che non possiamo assolutamente permetterci che essa continui nell’indifferenza di una politica incapace se non addirittura rapace.

Una conferenza che impegni tutti in uno sforzo decisivo per l’elaborazione di un piano di pace che definisca le relazioni di convivenza tra i popoli costruite sul rispetto reciproco e sulla giustizia è la sola via che può portare alla fine non solo della guerra in Ucraina, ma anche dei tanti conflitti disseminati in tutto il nostro pianeta.

In questa direzione vedo anche l’impegno del movimento pacifista non violento che deve uscire da un genericismo vacuo di ricerca della pace disegnandone finalmente i presupposti e le finalità.

(Umberto Berardo)

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