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L’economista Scacciavillani: “In Medio Oriente la tensione tenderà a stemperarsi”

ScacciavillaniE’ uno dei più importanti economisti internazionali. Appartiene alla schiera di quei tantissimi “cervelli in fuga” (lui preferisce “coscienza in esilio”) che dall’Italia sono approdati in territori più floridi di soddisfazioni. Fabio Scacciavillani, classe 1961, dopo la laurea alla Luiss di Roma, il Ph.D. all’Università di Chicago (dove ha insegnato alcuni corsi al College e alla Business School), le esperienze lavorative al Fondo monetario internazionale a Washington, alla Banca centrale europea a Francoforte e a Goldman Sachs a Londra, da numerosi anni ha messo solide radici nel mondo arabo. E’ approdato prima in Qatar alla Gulf organization for industrial consulting, poi negli Emirati Arabi Uniti come direttore della Ricerca macroeconomica e statistica al Centro finanziario internazionale di Dubai e infine a Muscat, dove risiede tuttora, per lavorare al fondo sovrano dell’Oman. Prima come capo economista, oggi Chief Strategist Officer.

Nonostante manchi dall’Italia da oltre due decenni, non ha mai reciso il cordone ombelicale con il suo Paese. “Contro ogni ragionevolezza – aggiunge ironico, spiegando che continua a sperare – contro ogni evidenza – in un suo futuro migliore. Spesso ospite di emittenti televisive internazionali, in Italia collabora con il Fatto Quotidiano: i suoi giudizi diretti e caustici, mai banali, polarizzano schiere di lettori e accendono sempre estesi dibattiti.

 

– Dottor Scacciavillani, iniziamo dalla stretta attualità: la visita di Trump in Arabia Saudita, l’isolamento del Qatar e il duplice attentato di Teheran. C’è un filo di contrapposizione politica e religiosa che lega questi avvenimenti? Perché gli Usa hanno cambiato strategia verso l’Iran?

“In Medio Oriente la politica e la diplomazia compongono un caleidoscopio in cui appena si crede di aver trovato la chiave di interpretazione i pezzi cambiano posizione e colore.

Gli screzi tra Paesi del Golfo hanno un regime carsico, ma con il tempo si ricompongono perché gli interessi comuni sono molto più forti dei motivi di contrasto. Che si fossero addensati malumori più o meno giustificati verso il Qatar era noto da tempo, soprattutto per l’incauto supporto dato da alcune fazioni qatarine a gruppi come i Fratelli Musulmani. Gli altri Paesi dell’area hanno voluto segnalare, probabilmente con l’assenso di Washington che eventuali ulteriori ambiguità di Doha non verrebbero tollerate. L’attentato a Teheran è un colpo di coda dell’Isis che sta per perdere Raqqa e cerca di infliggere più danni possibili prima dell’ineluttabile fine, sperando di alimentare le frizioni tra Arabia Saudita e Iran, che nella lotta al Califfato hanno obiettivi, tutto sommato, convergenti.

La visita di Trump non credo sia stata foriera di profondi mutamenti sulla scacchiera mediorientale. Né credo che, al di là dei proclami a beneficio del pubblico americano, ci sia molta voglia da parte del governo statunitense di turbare l’attuale equilibrio tra Usa, Iran e la comunità internazionale. Anche i circoli più oltranzisti a Washington non aspirano ad aprire un altro fronte, anche perché gli europei non seguirebbero gli Usa nell’imposizione di nuove sanzioni e nel rigetto dell’accordo sul nucleare. Quindi l’attuale equilibrio in fondo conviene a tutte le parti in causa”.

 

– Secondo fonti israeliane, anche il gas giocherebbe da anni un ruolo centrale nella destabilizzazione dell’area. E’ così?

“A mio avviso gli israeliani tendono ad esagerare questo aspetto. I maggiori produttori nell’area sono Qatar e Iran, ma paradossalmente nella penisola arabica c’è carenza di gas da poter utilizzare per lo sviluppo industriale. Se gli iraniani costruissero un gasdotto attraverso lo Stretto di Hormuz che dall’Oman si diramasse verso il resto dell’Arabia e magari verso l’India si otterrebbe un cospicuo beneficio per l’area”.

 

– Qual è il ruolo della Russia nell’area?

“La Russia nella Penisola arabica non tocca palla per usare il gergo calcistico. Soltanto nel caos siriano è riuscita a ritagliarsi un ruolo di primo piano soprattutto per il disinteresse degli Usa durante la presidenza Obama. Tuttavia non mi sembra che Putin abbia ottenuto grandi benefici, a parte il mantenimento di una vecchia base navale nel Mediterraneo, che dal punto di vista pratico serve solo per far abbronzare i marinai. La Turchia è principalmente interessata a contenere l’irredentismo curdo, ma nelle diatribe nel Golfo non è platealmente coinvolta. In Egitto invece ha appoggiato i Fratelli Musulmani e in questo senso viene considerata un’alleata del Qatar. Ma in pratica quanto intenso sia questo supporto e quanto stretto questo legame, a mio avviso è difficile da appurare”.

 

– L’Europa continua a perdere influenza nel Medio Oriente?

“L’Europa ha un’influenza economica ancora notevole e le imprese europee stanno ritornando in forze anche in Iran dopo la fine delle sanzioni per rivitalizzare un’economia formata da quasi novanta milioni di persone. Ma siccome dal punto di vista militare l’Unione europea rifiuta ruoli di primo piano (a parte l’abborracciata avventura in Libia), politicamente conta sempre meno. Il modo più intelligente per rilanciare il ruolo del Vecchio Continente a sud del Mediterraneo potrebbe essere la firma di un trattato di libero scambio, come quello che gli Usa hanno stabilito con l’Oman. Per metterla in termini brutali, nel mondo contano i soldi o le armi. L’Europa deve mettere sul piatto almeno una delle due (e possibilmente entrambe) se vuole ottenere influenza”.

 

– Davvero l’Isis è in difficoltà? Il terrorismo potrà contare su “schegge impazzite” imbevute di fanatismo o c’è una strategia per alzare il tiro?

“Io avevo previsto dalla fine del 2015  che l’Isis non avrebbe avuto un futuro e aveva imboccato una parabola discendente. Con la conquista di Raqqa si chiuderà una tragica vicenda durata fin troppo a lungo. L’Isis è un coacervo di fazioni (ex militari di Saddam in Iraq, foreign fighters, avventurieri, schegge autonome, bande criminali) non un’entità organizzata, disciplinata e coesa. Insomma una moderna Tortuga nel Deserto che ha sfruttato la ribellione contro Assad e il vuoto di potere che ne è scaturito. Gli attacchi terroristici a Bagdhad, a Teheran. in Kuwait, in Libano, in Russia, in Francia, in Germania e nel Regno Unito sono le convulsioni prima dell’eradicazione violenta che subiranno come a Mosul. Alcuni elementi si disperderanno in mille direzioni cercando vendette o rivincite, ma non parlerei di una strategia. Sono umori venefici che forse continueranno ad attirare menti instabili un po’ ovunque e anche in Europa. Questi individui squilibrati una volta abbracciavano ideologie all’estrema destra o sinistra, oggi sono attratte dal fanatismo pseudo religioso. Magari domani troveranno un altro catalizzatore delle loro schizofrenie”.

 

– A suo avviso, quali prospettive attendono i territori arabi e persiani?

“Io sono ottimista. Al di là delle rivalità secolari tra le due sponde del Golfo Arabico, una volta compreso che un conflitto permanente non conviene a nessuno la tensione tenderà a stemperarsi. Con il prezzo del petrolio su livelli poco esaltanti, le risorse servono per diversificare e rilanciare l’economia non per alimentare gli arsenali pagando assegno da centinaia di miliardi a Trump. Esistono ampi spazi per trovare un modus vivendi non appena gli animi si saranno placati”.

(Giampiero Castellotti)

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