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Vino, attenzione ai segnali non incoraggianti

Il primo trimestre di quest’anno ha fatto registrare segnali molto negativi per l’export di vino italiano. Il calo globale è stato dell’8,3 per cento, secondo i dati diffusi dall’Osservatorio dell’Unione italiana vini.

In particolare, a causa dei dazi, ma anche di una contrazione strutturale del consumo di vino oltreoceano che va avanti da cinque anni, nel primo quadrimestre di quest’anno, negli Stati Uniti, s’è registrato un preoccupante crollo del 15,4 per cento, che tocca il 17 per cento nell’anno solare. È ormai una tendenza al ribasso che, appunto, si protrae nel tempo e colpisce, con gli Usa, il nostro primo mercato nel mondo.

Le difficoltà per il “Made in Italy” nell’America di Trump e dei dazi, del resto, investono anche altri settori del comparto alimentare, segno che i provvedimenti adottati dall’amministrazione americana, nonostante le rassicurazioni espresse da molti analisti, stanno accentuando le criticità.

Per fortuna il decremento statunitense è controbilanciato dai dati positivi che il vino italiano segna in altri mercati, a cominciare da quello europeo dove, nonostante la frammentarietà (regole disarmoniche e fiscalità divergente) negli ultimi sei anni ha incassato un più 31 per cento, sempre secondo i dati Oiv, il doppio della media extra-Ue.

Come affrontare le criticità? Al di là dei dazi, occorre prendere coscienza delle trasformazioni strutturali in atto e affrontarle con il “riposizionamento”, con maggiore e migliore promozione e con strumenti capaci di parlare al nuovo pubblico, frutto anche del ricambio generazionale.

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