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Lavoro domestico e agricoltura, il collo di bottiglia dei flussi legali di ingresso e l’ipotesi (non scandalosa) di una sanatoria

Una percezione distorta della dinamica dell’immigrazione in Italia spinge l’opinione pubblica a concentrarsi sul fenomeno più plateale dal punto di vista mediatico, quello dei barconi nel Canale di Sicilia, e ciò porta a sottovalutare come questo sia un elemento numericamente marginale rispetto alla dimensione complessiva dell’immigrazione. Ricordiamo che in Italia al 1 gennaio 2019 vivevano 5.255.503 cittadini stranieri, inclusi i “comunitari” quali francesi, spagnoli, romeni, bulgari; in pratica gli stranieri extracomunitari regolari risultano 3milioni e 700mila, su 60 milioni circa di residenti.

Gli irregolari, tutti extracomunitari perché soli a essere sottoposti al regime di visto e permesso di soggiorno, per definizione non sono censiti, ma si cerca di stimarli, e si parla di forse 500mila (secondo l’autorevole istituto Ismu di Milano).  In questo quadro, gli arrivi via mare, che nel 2017 erano arrivati al “picco” di 114mila, sono stati 22.541 nel 2018 e 9949 al novembre 2019 (dati Ministero dell’Interno).

I nuovi permessi di soggiorno sono stati nel 2018 invece circa 242mila, quindi non sono i “barconi” a pesare di più. Va ricordato che quello della presenza straniera è un dato “dinamico”, perché vanno costantemente sottratti tanto coloro che acquisiscono la cittadinanza italiana (e quindi escono dal novero degli “stranieri”, 112.523 nuovi italiani nel 2018), quanto coloro che lasciano il Paese: in pratica, il numero degli stranieri è in modesta crescita (per la precisione, 111mila in più nel 2018), tant’è che l’immigrazione non bilancia più il deficit demografico, com’era stato negli anni 90. Infatti i cittadini residenti in Italia, italiani e stranieri assieme, risultano 60 milioni 359mila346 al 31 dicembre 2018 (Istat), con un calo modesto ma costante dal 2014, quando eravamo, ad abitare in Italia, 60milioni e 795mila!

Ancora un dato: in quei 242mila permessi di soggiorno rilasciati dalle Questure nel 2018 (permessi nuovi o rinnovati, che non contano i permessi di lungo soggiorno non sottoposti a rinnovo) sono diminuiti i permessi “emergenziali”, quelli per richiesta d’asilo, che nel 2018 sono scesi a circa 55mila; mentre oltre la metà dei permessi riguarda il ricongiungimento familiare (dato Sole24Ore/Istat), un fatto in sé positivo, perché segnala la riuscita integrazione e il raggiungimento di una certa stabilità per quei lavoratori immigrati, di solito maschi adulti, che in un secondo tempo si fanno raggiungere da mogli e famiglie.

 Infine, e questo è il segnale che più ci interessa qui, i permessi per motivi di lavoro sono uno su cinque, in pratica poco più di 45mila nuovi posti di lavoro occupati da stranieri, compresi lavoratori stagionali e ogni genere di caso, per esempio alcune migliaia di militari statunitensi delle basi Nato (fonte: Sole 24 Ore).

Fatti salvi, ripetiamo, i lunghi soggiorni, vi è comunque evidente una certa modestia numerica dei nuovi assunti e questo segnala due cose: il mercato del lavoro italiano è poco attrattivo, come conferma invece la significa emigrazione italiana verso l’estero, ma è anche ostruito in quelli che dovrebbero essere i suoi normali canali di ingresso; il decreto flussi 2019 propone 12.850 posti di lavoro non stagionale.

Questo problema appare evidente se si guarda a due settori cruciali, il lavoro domestico e l’agricoltura.

Benché ovviamente molto diversi tra loro, si tratta di due settori caratterizzati da alcune dinamiche paragonabili: l’ampia platea di datori di lavoro costituiti da famiglie, o micro aziende a conduzione familiare; la forte domanda di lavoro non fortemente qualificato, e la modesta offerta di lavoro da parte dei lavoratori italiani, che deve essere compensata in maniera significativa, quando non maggioritaria, da un’offerta di manodopera straniera.

È un segreto di Pulcinella che molti di quei (presunti) 500mila extracomunitari irregolari siano occupati in questi due settori: è qui che esistono le maggiori aree grigie.  Dimostrarlo è un poco più complicato, ma non impossibile: sappiamo per esempio che, a fronte di un progressivo invecchiamento degli italiani, i lavoratori domestici dichiarati sono scesi di numero, e di circa 200mila unità (fonte: Inps/La Repubblica), è chiaro che qualcosa non torna. Come disse a suo tempo il presidente dell’Inps Boeri: “Il caso delle colf e badanti è lampante: abbiamo avuto un calo tendenziale del numero di colf e badanti che sono iscritte alla gestione dell’Inps nonostante la popolazione italiana invecchi e ci sia una crescente domanda di colf e badanti da parte delle famiglie italiane, perché non ci sono stati più decreti flussi dal 2011, né regolarizzazioni”.

Anche in agricoltura, i 263 lavoratori senza permesso di soggiorno individuati dagli ispettori appaiono la punta di un iceberg; del resto le ispezioni risultano essere state circa 7mila in tutto. Secondo l’importante ong internazionale Oxfam, si dovrebbe piuttosto ragionare nell’ordine di centinaia di migliaia. Senza voler sottovalutare il fenomeno della criminalità immigrata, si può affermare con ragionevole certezza che il grosso dei (probabili e presunti) 500mila irregolari già menzionati siano nelle nostre case e nei nostri campi.

Sappiamo anche che i due settori sono caratterizzati da una tendenza di famiglie e piccole aziende ad approcciarsi in maniera “diffidente” al nuovo lavoratore stranieri; in pratica, si considera un periodo di lavoro irregolare una sorta di periodo di prova. Non si tratta qui di difendere certe pratiche, evidentemente illegali e criticabili, ma di prendere atto che la “via italiana” è stata per anni caratterizzata da un silenzioso slalom tra i paletti della legge, legge che richiede di seguire una procedura relativamente complessa e onerosa per chiamare direttamente dall’estero un lavoratore straniero in ottemperanza al decreto flussi. I datori di lavoro “piccoli” di fatto hanno preferito incontrare la loro manodopera in una pratica e flessibile zona grigia.

Complice una certa eccessiva complicazione del sistema dei flussi di ingresso autorizzati annuali, ma anche la timidezza con cui questi flussi venivano previsti in termini numerici, l’ampia platea di famiglie e piccole imprese, in difficoltà nel programmare e gestire un ingresso dall’estero di un collaboratore, hanno risolto i loro problemi per molti anni assumendo un lavoratore clandestino, contando poi su un successivo provvedimento di sanatoria.

Nei fatti le misure di sanatoria che riconoscevano a posteriori il diritto alla residenza e al lavoro di immigrati in condizione di clandestinità è stato, in Italia, uno dei principali sistemi di normalizzazione dei migranti nel mercato del lavoro e nella società. Di fatto, tali sanatorie hanno avuto un ritmo ciclico, conferendo al sistema una sorta di ordinarietà: si sono avuti provvedimenti di sanatoria e legalizzazione di lavoratori stranieri irregolari nel 1986, 1990, 1995, 1998, 2002, 2006 (con un secondo decreto flussi che ammetteva domande supplementari, in gran parte da candidati già nel territorio italiano), 2009 (solo per lavoratrici e lavoratori domestici, ma con un grande successo: 300mila persone), 2012 (“solo” 134mila domande, in una fase di crisi economica e con una cifra elevata da versare per essere ammessi). 

Una cadenza quadriennale che riflette una sorta di fisiologia: la normalità di una prassi flessibile, fondata sulla conoscenza reciproca e diretta tra datore di lavoro e immigrato, e sulla previsione di una bonaria comprensione dello Stato in tempi relativamente brevi. La sospensione di questa cadenza quadriennale, per motivi squisitamente politici, sembra confliggere con le aspettative del mondo economico e persino creare sconcerto a fronte di un’aspettativa ormai consolidata.

Naturalmente, questa fotografia, se vale come descrizione (e non apologia!) di un vasto mondo di relazioni di lavoro informali, non vale per quei casi ad alta caratura criminale, di sfruttamento e caporalato, che arrivano anche a toccare metodi e gruppi mafiosi. Per questo livello, una sanatoria potrebbe forse essere al massimo un fastidio e un elemento di disturbo, ma un’azione forte di controllo e repressione da parte dello Stato appare indispensabile.

Rimane però ragionevole ritenere che l’attuale situazione di ostruzione dei flussi regolari, per motivi burocratici, cioè per la troppo modesta apertura del decreto flussi, oppure pratici, per la scarsa capacità di famiglie e microimprese di programmare e organizzare una chiamata dall’estero, secondo la via maestra indicata dalle norme, potrebbe essere “disincrostata” da una nuova sanatoria, a distanza di ben 8 anni dall’ultima.

Perché i flussi poi rimangano fluidi, e davvero si possano archiviare per sempre le sanatorie come una soluzione poco dignitosa per uno Stato ben regolato, occorreranno poi almeno altre due diverse condizioni: un decreto flussi annuale più generoso, e una via legale per “sanare” la propria posizione per chi si trovi ormai sul territorio italiano, per esempio rivolgendosi alle prefetture (come in Francia) o richiedendo un “permesso di soggiorno per ricerca di lavoro”, oggi non previsto.

Senza questi strumenti, agricoltura e lavoro familiare continueranno ad essere, tra rigidezza della norma e flessibilità degli usi, tra domanda ampia e difficoltà a soddisfarla razionalmente, delle aree di lavoro nero e irregolare, e la chiusura degli accessi una causa di maggiore illegalità.

di Luca Cefisi

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