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Accogliere e formare

È passata quasi sotto silenzio in Italia la notizia dell’accordo tra il presidente statunitense Joe Biden e il primo ministro canadese Justin Trudeau per poter respingere le persone migranti in qualsiasi punto del confine tra le due nazioni, lungo oltre cinquemila chilometri, compresi fiumi e laghi. Precedentemente, a seguito di un accordo del 2004, i migranti potevano essere respinti soltanto nei punti di ingresso ufficiali del confine, ma non in quelli “non ufficiali”. Si tratta, quindi, di una “stretta” sull’immigrazione che viene da due governi progressisti.

Benché l’accordo venga criticato da varie organizzazioni che si occupano di diritti civili, l’amministrazione Biden va avanti per la sua strada, in linea con altri provvedimenti restrittivi adottati nelle scorse settimane sull’immigrazione, in particolare per limitare quella messicana. C’è addirittura chi reputa una continuità tra le politiche di Trump e di Biden sull’immigrazione.

Va ricordato che i numeri dell’esodo tra i due Paesi sono molti più esigui di quelli che interessano l’Italia. Nel 2022 erano entrate illegalmente in Canada appena 40mila persone migranti, la gran parte attraverso Roxham Road. In Italia quest’anno potrebbero essere oltre 100mila (siamo già a 20mila rispetto ai 6.500 dello scorso anno).

C’è, però, una differenza sostanziale con il Canada, oggi nona economia mondiale (noi siamo all’ottavo posto) con 38 milioni di residenti. Il Paese nordamericano prevede un programma selettivo di immigrati, con circa 500mila assorbimenti annui. Cioè chi entra nel Paese viene messo in condizione di lavorare: un beneficio per la persona che ha bisogno di cambiare vita, ma anche per tutta la comunità che accrescere il benessere collettivo grazie ad inserimenti mirati. È in sostanza la stessa politica che adottano i Paesi del Nord Europa: accogliere persone di più facile integrazione, anche lavorativa, grazie a competenze, costruite con la formazione, e a voglia di lavorare.

Anche da noi c’è estremo bisogno di risorse umane in tutti i settori, dall’agricoltura all’industria fino al terziario: è quindi importante assicurare lavoro e dignità a chi viene in Italia con l’intenzione di integrarsi per contribuire al benessere proprio e collettivo. E non per delinquere o per alimentare il business dell’accoglienza, come abbiamo visto in vecchi e nuovi episodi di sfruttamento.

Occorre tenere presente – se ne parla sempre troppo poco – la popolazione residente in Italia è in forte decrescita: secondo l’Istat, scenderemo a 54,2 milioni di persone nel 2050, addirittura a 47,7 milioni nel 2070. A ciò si somma un rapporto tra individui in età lavorativa (15-64 anni) e non (0-14 e 65 anni e più) che se oggi è di circa tre a due, nel 2050 passerà a circa uno a uno. Con seri rischi di tenuta del sistema pensionistico e dell’economia in genere.

Come denuncia da tempo il professor Guido Saracco, Rettore del Politecnico di Torino, “soffriamo di un’immigrazione di bassa scolarità che non cambierà le sorti della nostra economia”. Da qui la necessità di un’operazione che va condotta in parallelo: accogliere e formare.

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