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E dopo il Pnrr?

È ancora presto per redarre un bilancio definitivo del Pnrr, una delle più rilevanti iniziative di politica economica dell’Unione europea, una straordinaria mobilitazione di risorse oggi in fase di conclusione. Entro fine giugno, infatti, si sono dovuti rendicontare la maggior parte dei progetti e tra qualche mese il sipario si chiuderà in modo definitivo.

Sono passati cinque anni dal suo avvio, tra l’altro con la meritoria emissione di debito comune europeo per rilanciare l’economia affossata dal Covid. Se è possibile fare un primo rendiconto degli incassi e degli investimenti, più complicato valutare soprattutto gli effetti di uno degli scopi più nobili di questo strumento, cioè quello di generare cambiamenti strutturali nel nostro Paese. Ricordiamo che il regolamento europeo prevede una valutazione finale entro il 2028.

In premessa, ricordiamo che le materie strategiche d’intervento, condivise con l’Unione europea, sono state la digitalizzazione e l’innovazione, la transizione ecologica e l’inclusione sociale.

All’Italia sono stati assegnati 194,4 miliardi, tra sovvenzioni e prestiti, pari a circa il 9,1% del Pil (alla Francia l’1,4%, alla Germania lo 0,7%). Due terzi di questi fondi costituiscono prestiti a tasso e tempi di rimborso agevolati, un terzo contributi a fondo perduto.

Con l’ultima rata di giugno, abbiamo incassato in realtà 166 miliardi, cioè l’85,4% di quanto previsto, come hanno rilevato nei giorni scorsi Andrea Ciffolilli, Luca Pavan e Marco Pompili sulla Voce.info. Facendo meglio della maggior parte degli altri Paesi europei.

Riguardo a una prima stima generale dell’impatto, gli stessi esperti ricordano che la Commissione europea ha calcolato effetti complessivi sul Pil italiano per 189,6 miliardi nei dieci anni successivi all’attivazione del piano: praticamente un impatto equivalente, in valore assoluto, ai fondi ricevuti con lo stesso Pnrr. Quindi un risultato economico è comunque in essere, anche se non proprio esaltante: ha perlomeno permesso all’Italia in questi anni di non andare in recessione, come ad esempio è successo in Germania.

L’attenzione, quindi, non può essere limitata all’impatto che ovviamente ingenti risorse producono contestualmente agli investimenti, bensì quanto tutto ciò potrà far da volano per cambiamenti di sistema. Primi risultati sono collegabili al proficuo meccanismo di questo strumento, che ha subordinato via via la concessione dei finanziamenti al raggiungimento degli obiettivi: ciò oltre ad imporre la rapidità degli interventi, anche per ottenere le nuove rate, ha favorito innovazioni organizzative, l’acquisizione di nuove competenze e migliorato complessivamente le performance soprattutto delle amministrazioni pubbliche. A ciò s’è affiancata la necessità di riforme di accompagnamento: ad esempio, la legge annuale per la concorrenza, il programma Gol relativo alla Garanzia di occupabilità dei lavoratori e le riforme della giustizia civile e penale vanno in questa direzione e probabilmente produrranno benefici nel lungo periodo.

Ecco allora i due piani di analisi. Il primo riguarda la concretezza delle realizzazioni, la loro “visibilità”. In questi anni ci siamo imbattuti in autobus acquistati grazie a questi fondi per la transizione energetica, in nuove infrastrutture ferroviarie, in edifici scolastici riqualificati, in aree con la banda ultra-larga nuova di zecca.

Soffermiamoci su un caso emblematico, quello delle Case della Comunità, le strutture sanitarie finanziate con circa due miliardi di euro e spuntate come funghi in gran parte del nostro Paese. A inizio luglio ne risultano attive 1.224, oltre la soglia minima richiesta a livello europeo, pari a 1.038 aperture, come evidenzia l’Osservatorio Recovery dell’Università di Tor Vergata. Dato positivo, quindi. Ma i numeri, purtroppo, includono le solite differenze territoriali che proprio il Pnrr avrebbe dovuto attenuare: se al Nord risultano attive 510 Case della Comunità rispetto alle 519 programmate e al Centro addirittura 236 a fronte delle 223 previste, al Sud sono 478 rispetto alle 608 programmate (in Puglia 64 su 120, in Calabria 37 su 57, in Molise 5 su 9). Nonostante il Pnrr abbia stabilito di destinare almeno il 40% delle risorse alle regioni del Sud.

C’è poi il secondo piano di analisi, con il suo rovescio della medaglia: la questione degli “effetti collaterali”. Ancora l’esempio delle Case della Comunità: se il Pnrr ha permesso soprattutto la realizzazione/ristrutturazione degli edifici, ha lasciato di fatto insoluti i problemi del personale: i tempi di attesa per le prestazioni non si sono certo ridotti e anche la loro qualità, con i tagli degli anni passati alle forniture, non è certo migliorata.

Ecco allora il nocciolo della questione: al di là di quanto è stato possibile realizzare con i fondi, quali e quante benefiche riforme hanno accompagnato e accompagneranno questo percorso quinquennale? Quale sarà l’impatto sulle tante emergenze del nostro Paese, dall’adeguamento delle infrastrutture alla lotta al lavoro precario, dai problemi della sanità fino alla malagiustizia? Questi cambiamenti riusciranno a sopravvivere con la chiusura dei rubinetti economici europei?

Francesco Giavazzi, sul Corriere della Sera di oggi, ricorda due dati significativi, collegati tra loro: la crescita media del reddito in Italia, nel triennio 2023-26, non raggiunge l’1% (benché il numero degli occupati sia aumentato in questo periodo, il mondo del lavoro italiano resta scarsamente appetibile). Di conseguenza circa 367mila giovani (25-34 anni) nel decennio 2014-2023 si sono trasferiti altrove. Di questi, 146mila sono laureati. Sono dati come questi che costituiranno cartine al tornasole per monitorare gli impatti futuri.

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