
Di fronte all’inverno demografico che colpisce soprattutto l’entroterra del nostro Paese, principalmente il Centrosud appenninico che registra purtroppo una crescente inflazione di borghi-fantasma, un tema poco affrontato è quello degli studenti universitari che optano proprio per gli atenei di piccole città appartenenti alle cosiddette “aree interne”. Il problema è che scelgono di viverci soltanto per il periodo di studi, ma poi sono costretti ad alimentare la “fuga di cervelli” verso le grandi città italiane o verso l’estero.
Così, se i tre principali atenei romani – La Sapienza, Tor Vergata e Romatre – raccolgono complessivamente circa 180mila iscritti, le quattro milanesi Statale, Politecnico, Bicocca e Bocconi superano i 150mila iscritti (oltre ai 42mila della Cattolica distribuiti tra Roma e Milano), ci sono realtà locali che vantano numero importanti: le quattro università marchigiane raccolgono complessivamente oltre 44mila studenti, le tre abruzzesi oltre 40mila. E ancora, dai 33mila di Salerno ai 29mila di Perugia, dai 24mila di Messina e Cagliari ai 23mila di Rende-Cosenza e Caserta. L’Università di Foggia ne ha 13mila, quella di Catanzaro quasi 12mila. Ci sono poi realtà minori dove il peso degli universitari è importante anche per l’economia locale: è il caso dei quasi 8mila iscritti all’Università della Tuscia a Viterbo, o ai 7.300 di Cassino, o ancora ai 6.800 di Campobasso e ai 5.600 della Basilicata, agli oltre 5mila di Enna.
Se si registra, specie nel Mezzogiorno, una certa attenzione alla valorizzazione dei piccoli borghi attraverso una serie di iniziative, dalla vendita di abitazioni ad un euro ai contributi per l’avvio di attività, la risorsa rappresentata dagli studenti che studiano in piccole province non va trascurata.
Il professor Fulvio Esposito del Forum Disuguaglianze e Diversità evidenzia nel meccanismo di finanziamento delle università uno dei nodi relativi al problema degli studenti che scelgono le piccole città universitarie ma, una volta laureati, se ne vanno. In sostanza in Italia “gli atenei si finanziano prevalentemente basandosi sui numeri, e i ‘premi’ a chi ne ha di più vengono prelevati dallo stesso fondo che finanzia tutti: non è un incentivo ma un vero e proprio travaso da chi ha meno studenti a chi ne ha di più – spiega il professore che è stato rettore dell’Università di Camerino. In sostanza chi ha meno numeri ottiene minori risorse, alimentando quel meccanismo perverso per cui con il crollo dei residenti molti servizi chiudono la saracinesca, impoverendo ulteriormente i territori interni.
L’esperto avanza proposte che condividiamo pienamente: portare l’investimento in università e ricerca dallo 0,5 all’1 per cento del Pil in cinque anni a cui aggiungiamo la necessità di favorire canoni calmierati per gli affitti non soltanto agli studenti, ma anche ai neolaureati che potrebbero assicurare il migliore contributo ad aree flagellate principalmente dallo spopolamento.
UNSIC – Unione Nazionale Sindacale Imprenditori e Coltivatori
