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Elezioni, la spallata non c’è stata

In Emilia-Romagna il governatore Bonaccini ha battuto la leghista Borgonzoni con quasi otto punti percentuali di distacco. In Calabria non c’è stata proprio partita, con la berlusconiana Santelli quasi al 56 per cento e Callipo fermo al 30, ventisei punti di differenza.

Due prove elettorali dai numeri diametralmente diversi, sia nell’intensità della partecipazione al voto (68 per cento in Emilia-Romagna, 44 in Calabria) sia nella distanza tra i due principali candidati, limitata – ma fino ad un certo punto rispetto a sondaggi e auspici – nel primo caso, abissale nel secondo.

Al di là delle analisi politiche, forse il primo elemento su cui gli analisti dovrebbero soffermarsi è proprio la corrispondenza delle urne con due condizioni territoriali diametralmente opposte, che in fondo ledono quel principio unitario e solidale tra regioni. Se “Quel gran pezzo dell’Emilia”, per citare il titolo del bel libro di Edmondo Berselli, ha ritrovato la partecipazione di massa e l’entusiasmo, anche grazie al contributo delle Sardine, invece “il più bel chilometro d’Italia”, come Gabriele D’Annunzio chiamava il lungomare di Reggio Calabria, è sempre più preda del disincanto, soprattutto per una mancanza di progettualità che determina una crisi acuta del lavoro e la fuga continua principalmente delle giovani generazioni.

Non è forse un caso se gli osservatori, alla vigilia di queste elezioni amministrative, hanno preferito soffermarsi in massa sulla sfida del Po, certamente più avvincente nell’imprevedibilità del risultato, rispetto però ad un “silenzio assordante” su un Mezzogiorno paralizzato, a cominciare dalla penuria di investimenti. Il Sud, ancora una volta, è stato considerato “una pratica secondaria”.

Le risposte elettorali spiegano questa discrasia. Nella florida e ben governata Emilia-Romagna s’è preferita comunque la continuità, rigettando quella proposta alternativa salviniana che pure ha attecchito nelle ultime stagioni in tutti i territori dove s’è votato. L’Emilia-Romagna è la prima regione italiana per reddito pro-capite (22.463 euro), un’eccellenza per asili nido, istruzione e sanità, ai massimi nell’export e ai minimi nella disoccupazione.

In Calabria, viceversa, a prescindere da una maggioranza di cittadini che ha ormai rinunciato persino al diritto democratico del voto, la maggior parte di chi s’è recato ai seggi ha dato un voto di frustrazione, aderendo all’ennesimo tentativo, anche disperato, di provare a cambiare ulteriormente pagina, dopo aver scelto il centrosinistra alle scorse regionali e i Cinquestelle per il parlamento. I dati dell’Emilia-Romagna socio-economici qui sono tutti ribaltati.

Le urne hanno però dato altri responsi significativi.

Il primo dato, innegabile, è la sconfitta di Salvini. Come scrive Massimo Franco sul Corriere della Sera di oggi, “per il capo leghista una sconfitta cocente dopo due anni di trionfi: tanto più bruciante perché è stato proprio Salvini a dare al voto un significato nazionale, additandolo come un avviso di sfratto al premier da Palazzo Chigi”. Gli fa eco Stefano Folli su Repubblica di oggi: “Stamane nessuno citofonerà al Quirinale per reclamare le elezioni anticipate”.

Per il leader leghista è, di fatto, la seconda clamorosa disfatta dopo aver staccato la spina al governo Conte Uno nell’estate del “Papeete”. Salvini paga, secondo noi, un certo logoramento dei toni e delle proposte, accentuati dall’aver dato tinte nazionali alla sfida locale. A fronte di ciò, qualcuno consiglia un cambio di strategia per il leader leghista: la linea muscolosa – tra bambini di Bibbiano e citofonate (“Piange il citofono” titola oggi Il Fatto Quotidiano) – evidentemente ora paga meno, sebbene l’Emilia-Romagna faccia scuola a sé, quasi antropologica, e rappresenti una sfida davvero ardua per chiunque al di fuori dell’egemonia anche culturale della sinistra. Emblematico il distacco in percentuale tra i due principali candidati nei feudi più “rossi”: a Bologna 60-36, a Reggio Emilia 55-39, a Modena 53-42. Soltanto nella “lombarda” Piacenza la Bergonzoni è arrivata al 60 per cento, lasciando Bonaccini al 37.

Il secondo dato è il tonfo dei Cinquestelle, che, citando ancora Massimo Franco, “rischiano di assumere un ruolo, più che marginale, residuale”. Tutto prevedibile, lo scriviamo da tempo, per un movimento dalle troppe anime: non a caso della sua dissoluzione beneficiano sia la sinistra (vedi Emilia-Romagna) sia la destra (vedi Calabria). Toccherà ora vedere, come evidenzia bene Folli, fino a che punto la dissoluzione rapida del “grillismo” possa avvenire senza ripercussioni destabilizzanti nella maggioranza di governo. Il Pd avrà meno cedimenti sui temi “caldi” del momento, come la prescrizione giudiziaria o le concessioni autostradali? E Renzi?

Altro fattore non trascurabile: le Sardine. Scrive Massimo Giannini su Repubblica di oggi: “Mattia Santori e gli altri ragazzi hanno risvegliato quel popolo, ridandogli dignità e orgoglio. Lo hanno stanato loro sì ‘casa per casa’, richiamandolo in piazza e poi alle urne. La sinistra li deve ringraziare. Zingaretti lo ha fatto, con onestà e umiltà. Ma ora deve aprire anche e soprattutto a loro la casa comune”. Tutto vero.

Attenzione, però. La sconfitta di Salvini non è la sconfitta della destra. Giorgia Meloni e persino Silvio Berlusconi continuano a rappresentare nel Mezzogiorno l’alternativa ai Cinquestelle. Le loro formazioni, in Calabria, raccolgono consensi sopra al 12 per cento (Forza Italia) e intorno all’11 (FdI). In fondo queste elezioni amministrative segnano, con la Calabria, l’undicesima regione consecutiva che il centrodestra fa sua dopo le politiche di due anni fa. Una destra che ha bisogno anche, se non soprattutto, della moderazione per ambire a tornare forza di governo, presentabile anche a livello europeo.

Un altro dato, che giustamente evidenzia oggi Marcello Sorgi sulla Stampa, è la lungimirante scelta di Bonaccini “di tenere il più lontano possibile dalla sua campagna elettorale i partiti che lo sostenevano, a cominciare dal Pd, che rischiavano di togliergli voti”. L’Italia che si rianima premia più le persone che i partiti. Proprio in Emilia lo abbiamo visto con Pizzarotti a Parma, primo importante sindaco dei Cinquestelle, riconfermato fuori dai partiti. Persino in Calabria la candidatura tutta civica di Carlo Tansi ha sfiorato un degnissimo 8 per cento di consensi.

Infine il governo. Per ora reggerà, sebbene restino tutti i problemi. Ma se Conte alla vigilia delle elezioni amministrative aveva messo le mani avanti, temendo la sconfitta, ora può avere sonni più tranquilli.

(Domenico Mamone)

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