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Il Mezzogiorno, che farne?

Chissà quale reazione potrebbero avere quei tanti intellettuali che oltre un secolo fa si sono occupati delle condizioni del nostro Mezzogiorno – da Croce a Fortunato, da Gramsci a Nitti, da Salvemini a Villari – venendo a sapere che oggi, in un nuovo millennio, si parla ancora della “questione meridionale”. Una fortunata locuzione, tra l’altro, addirittura ottocentesca, varata per la prima volta nel 1873 dal deputato lombardo Antonio Billia.

Amaramente, la crescita del Mezzogiorno continua a costituire, dopo oltre 150 anni dall’unificazione del nostro Paese, il colossale problema irrisolto della politica, dell’economia e della società italiana. E’ una ferita che ci mostra il perpetuare del suo copioso sanguinamento attraverso diversi fenomeni, dalla ripresa dei massicci flussi migratori da tutte le regioni meridionali alla conseguente emorragia di popolazione, con il rapido svuotamento di tanti paesi o addirittura di intere regioni (che rappresenta anche perdita di identità e di memorie).

Se oggi la politica nazionale fa bene a porre al centro del dibattito tematiche importanti per tutti, come le riforme economiche, fiscali, della giustizia, è altrettanto vero che senza affrontare, tra le priorità, i nodi ormai cronici del nostro Sud, sarà davvero difficile far ripartire l’intero Paese.

RITARDI ETERNI – Sappiamo tutti come il Meridione, a cui ci lega strettamente – non lo nascondiamo – una forte sfera emozionale, continui ad accusare cronici ritardi soprattutto nella dotazione infrastrutturale, materiale e immateriale, nella qualità dei servizi pubblici essenziali, nelle condizioni minime necessarie per fare impresa, compresa la presenza di un sistema bancario poco attento alle esigenze del territorio. Tra l’altro le grandi banche del Sud sono state via via inglobate negli istituti del Nord, come il Banco di Napoli.

Non aveva tutti i torti, già nell’Ottocento, il meridionalista Giustino Fortunato quando efficacemente definiva “sfasciume pendulo” la dotazione di servizi pubblici nel Mezzogiorno,

I ritardi si stanno addirittura accentuando e cronicizzando rispetto alle altre zone del Paese, accompagnati dal riaffermarsi di fenomeni che credevamo di aver archiviato, come il caporalato schiavista nelle campagne o, appunto, la ripresa dell’emigrazione individuale di massa, che ha visto sparire dal Sud ben due milioni di residenti tra il 2002 e il 2017, secondo dati ufficiali che non tengono conto dei trasferimenti a fronte del mantenimento della residenza.

Del resto, soffermandoci solo ai primi quattro mesi del 2019, la Sicilia ha perso 12mila residenti, la Campania 11mila, la Puglia 7mila, la Calabria 4mila, la Basilicata poco meno di 2mila e il Molise mille. Eppure, fino a non molti anni fa, queste erano le zone con il più alto numero di figli per famiglia.

Sulle cause antiche e più recenti di questo disastro generalizzato crediamo sia utile soffermarsi. Sia perché nei dibattiti pubblici se ne parla sempre meno, sia per non ripetere gli errori, spesso veri e propri orrori, compiuti negli ultimi decenni.

IL RECENTE PASSATO – L’aspetto più lampante nel cominciare ad analizzare le cause del fenomeno relative ai tempi più recenti – e in non pochi casi, contemporanei – sono le lunghe stagioni di sprechi, correlate soprattutto alla fase delle cosiddette “vacche grasse”. Un fiume di risorse economiche, specie tra gli anni Settanta e Novanta, è stato dissipato in interventi molto discutibili, a volte inutili, spesso incompiuti. Torna in mente la celebre favola di Esopo, la cicala incosciente e la formica giudiziosa, laddove la prima protagonista ha impersonato certamente più situazioni della seconda nella storia meridionale.

Politiche clientelari, parallele alla crescita del debito pubblico, hanno moltiplicato i centri di spesa, facendo proliferare gli uffici pubblici, sulla cui utilità di molti ci sarebbe tanto da discutere. Ogni amministrazione pubblica è stata imbottita di filiere di impiegati, quasi sempre senza competenze specifiche, a danno principalmente di quella straordinaria vocazione all’imprenditorialità privata che era insita nella cultura contadina e artigianale dei nostri nonni, che è stata spazzata via di botto, come del resto profetizzato da Pier Paolo Pasolini.

Non ci si può dimenticare, inoltre, le famigerate “cattedrali nel deserto”, opere faraoniche che hanno massacrato gli incantevoli paesaggi senza apportare alcun beneficio alla collettività, salvo alla stirpe dei cementificatori. I dispendiosi progetti di ponti e di autostrade, utili principalmente per attivare e foraggiare commissioni. Le stagioni delle cave e dell’eolico, che hanno lasciato macerie deturpando paesaggi e apportando minimi benefici ai territori.

Inoltre suscita amarezza e rabbia quel “colonialismo” industriale di stabilimenti calati dal Nord Italia o dall’estero con il solo scopo di fare incetta dei contributi pubblici, lasciando poi solo polverosa archeologia industriale.

Tali scellerate politiche pubbliche, occorre dirlo, hanno spesso provocato più danni che benefici anche in termini immateriali, in particolare radicando il clientelismo e il malcostume che hanno etimi ancora più antichi. E crediamo sia utile approfondire anche questi.

ALLE RADICI DELLA “QUESTIONE” – Al di là delle singole azioni concrete, spesso vane o addirittura scellerate, ci sono soprattutto antichi fenomeni culturali che hanno concorso – e concorrono – a frenare la crescita del Mezzogiorno.

L’alterato rapporto con l’autorità, ad esempio, è una componente che accompagna tutto il cammino del nostro meridione.

Per quanto molto dibattuto, il celebre concetto sociologico del familismo amorale introdotto da Edward Banfield nel 1958 crediamo possegga ancora una sua validità. Non si possono trascurare, infatti, le ragioni culturali nel rilevare l’arretratezza in certi territori.

Nel Sud, come già rilevava Banfield, si continua a tramandare una concezione estremizzata dei legami familiari che finisce per massimizzare i vantaggi materiali individuali di breve termine rispetto all’interesse collettivo, alla cooperazione, alle aperture. L’assenza di questo ethos comunitario ha certamente ripercussioni anche nel rapporto con l’autorità, che viene vissuta o come una sorta di estensione familiare con cui costruire rapporti proficui o, al contrario, come un organismo da non riconoscere perché estraneo a legami più solidi.

Privilegiare il radicamento di rapporti parentali ha assicurato, alla società meridionale, una sua coesione solidale, spesso basata sulla garanzia offerta dal legame consanguineo o territoriale e dal controllo. Ciò ha indubbiamente apportato benefici in termini di aderenza e di armonia, di salvaguardia delle tradizioni, di valore umano; ma ha precluso le necessarie aperture all’esterno, specie con il mutare dei tempi, gli innesti di nuova linfa, il rinnovamento culturale e le spinte economiche.

Un altro aspetto largamente indagato, specie nella produzione letteraria, da Verga a Tomasi di Lampedusa, da Alvaro a Silone, da Scotellaro a Levi, da Jovine a De Roberto, è la forte divisione classista della società meridionale, con la persistenza di una classe privilegiata e conservatrice delle posizioni di rendita. Questa “aristocrazia” in passato ha trovato linfa nel latifondismo, nel baronaggio, nella connivenza corrotta con i dominatori stranieri ed oggi, talvolta, lo perpetua nel rapporto con la politica nazionale.

Anche in questo caso è possibile individuare numerose cause storiche. Ad esempio, nel 1854 la spesa governativa borbonica era di 31,4 milioni di ducati dei quali, però, solo 1,2 milioni finivano all’istruzione, alla sanità o ai lavori pubblici, mentre i più finivano per le forze armate (ben 14 milioni), per le ingenti spese per la corte regale e – la storia si ripete – per il pagamento degli interessi sul debito pubblico (ben 6,5 milioni ogni anno).

Insomma, il bene comune nel Sud ha sempre avuto un ruolo estremamente marginale a causa di rendite economiche finite sempre nelle stesse casse. Un pesante fardello per l’avvenire.

La mancanza di una diffusa borghesia attiva, intraprendente, imprenditoriale, come invece è accaduto al Nord, ha limitato inoltre gli slanci culturali – talvolta relegati a qualche dotta pubblicazione – e la promozione di nuove forme di vita politica, La scarsa rilevanza delle elite, formatesi invece già nel periodo comunale nelle città dell’Italia centrosettentrionale e su cui ha ben indagato il sociologo Giuseppe De Rita, ha penalizzato fortemente l’evoluzione di molti territori meridionali. Tale “ingessatura” ha finito per favorire i diffusi atteggiamenti di pragmatico e interessato servilismo, che tanti danni hanno prodotto alla società meridionale, il ricambio della cui classe politica è stato sempre problematico.

Queste condizioni invalidanti hanno immortalato la discrasia tra Sud e Nord Italia.

Recuperando quanto ha scritto lo storico Denis Mack Smith nella sua “Storia d’Italia”, è interessante evidenziare che mentre il Sud (ad esclusione di qualche realtà, come Napoli, che poteva competere a livello europeo) faceva i conti con la malaria, i briganti, l’analfabetismo (90 per cento della popolazione), la mancanza d’acqua, i pagamenti in natura, un’ipertassazione che suscitò le reazioni di Luigi Settembrini e una vita media molto inferiore a quella dei cittadini settentrionali (ma c’è anche, ad onor di cronaca, chi ritiene che il Sud preunitario avesse eccellenze poi soffocate o depredate dai sabaudi, come vedremo poco più avanti), il Piemonte di Cavour era guidato da un’élite liberale che sviluppò le infrastrutture (tipo il canale che rese fertilissimi i terreni di Vercelli e Novara o le ferrovie, tanto che nel 1859 il Piemonte possedeva metà del chilometraggio dell’intera penisola), alimentò l’industria, fondò banche, ridusse i dazi, riformò il codice civile. La storia è questa.

Certo, il confronto Nord-Sud – che talvolta sfocia in una vera e propria contrapposizione con pallottoliere alla mano – costituisce l’ennesima costante di un dibattito ultrasecolare. Argomenti cari ai neoborbonici vedono nell’unificazione dell’Italia l’accentuarsi dei problemi per il nostro Sud; ma ciò ricorda un po’ le tesi degli euroscettici, cioè la propensione a cercare per forza un colpevole, esercizio che non risolve certo i problemi.

E’ vero, però, e va ricordato, che la storia del nostro Mezzogiorno offre innumerevoli motivi d’orgoglio.

Evidenziamo, tra i tanti, la duecentesca Scuola medica salernitana, la prima università di medicina in Occidente; il settecentesco teatro San Carlo di Napoli, il più antico teatro d’opera al mondo; il settecentesco codice De Jorio, il primo codice marittimo al mondo; il primo osservatorio astronomico italiano a Capodimonte nel 1819; la prima celebre ferrovia italiana, la Napoli-Portici, inaugurata nel 1839.

E c’è anche un Sud produttivo preunitario da non dimenticare. Oltre a quello delle tante tipicità artigiane, la Calabria ha vantato il polo siderurgico di Mongiana, produttore di componenti per armi, mentre la Campania ha visto crescere i cantieri navalmeccanici di Castellammare di Stabia, la fabbrica di locomotive a Pietrarsa (con 1.125 operai) e la città del tessile a San Leucio. In Molise è ancora funzionante una delle più antiche fabbriche familiari al mondo, quella di campane ad Agnone, nata nell’anno mille.

E’ altrettanto vero, però, che salvo reali casi di annientamento della concorrenza da parte dell’imprenditoria settentrionale dopo l’unità d’Italia, l’integrazione dei meridionali nel nuovo Regno è stata profonda ed è servita a rompere, in molti casi, un isolamento storico.

Ricorda lo storico Giuseppe Galasso dalle colonne del Corriere della Sera: “Mezza diplomazia italiana è stata fatta di meridionali. I due migliori capi di Stato Maggiore dell’Esercito – Pollio e Diaz – erano napoletani. Già da dopo la prima guerra mondiale la burocrazia italiana ha cominciato a essere fatta per lo più di meridionali. Quattro presidenti della Repubblica su 12 (De Nicola, Leone, Napolitano, Mattarella), vari capi di governo (da Crispi a D’Alema), innumerevoli ministri, vari e potenti capi di partito sono stati meridionali. Sulle cattedre universitarie e nell’insegnamento la parte dei meridionali si è fatta sempre più ampia”.

Ed è lo stesso Mezzogiorno a continuare ad offrire le migliori menti nelle capacità di analisi. Non è causale la maggiore propensione allo studio e all’approfondimento dei cittadini meridionali, che forniscono la stragrande maggioranza di professionisti nell’insegnamento, nelle scienze umane, nel diritto, nella medicina, nella diplomazia, nelle scienze.

Dall’utilizzo della manodopera meridionale nelle aziende del Nord ai tanti minatori emigrati in Belgio dal nostro Sud, assicurando alle fabbriche del Nord una tonnellata di carbone all’anno per ogni lavoratore espatriato, dimostrano come un’Italia disunita costituisca un danno tanto per il Nord quanto per il Sud. Una lezione anche per quelle stagioni intense negli anni Novanta, segnate dalle spinte federaliste-separatiste della Lega di Bossi, definitivamente archiviate dall’elettoralmente più proficuo nazionalismo del nuovo corso salviniano.

In questo variegato panorama di analisi storica, c’è addirittura un qualificato filone di critica che fissa gli embroni della questione meridionale già a partire dalla caduta dell’impero romano, con l’accentuarsi nel medioevo. Forse un modo per stemperare le ineclissabili controversie sulle responsabilità degli uni o degli altri.

STAGIONI IN CHIAROSCURO – Di certo un lungo e complesso cammino storico ha contribuito a condannare un’ampia zona del nostro Paese all’arretratezza, all’immobilismo e all’inefficienza. Oltre a generare danni materiali, ciò ha inciso sullo stesso atteggiamento “culturale” dei cittadini meridionali nel loro complesso rapporto con la funzione dell’autorità statale, un tempo vista come apportatrice di investimenti, di diritti e di ricchezza, cioè di protezione ed emancipazione collettiva, poi – con la crisi degli ultimi anni e con la riduzione delle prebende – diventata sempre meno garante di opportunità, di servizi, di welfare, tra l’altro inasprendo nel contempo la tassazione.

Non sono mancate, ad onor del vero, anche fasi più giudiziose ed espansive della mano pubblica nel secolo scorso, che hanno concorso a rafforzare la rete infrastrutturale o ad impiantare, tra luci ed ombre, i grandi comprensori industriali di cui, però, s’è perpetuata l’agonia con ingenti risorse pubbliche, incuranti di un mondo produttivo che stava profondamente cambiando.

In questo quadro in chiaroscuro, si sono inseriti i grandi appalti pubblici e le attività della Cassa per il Mezzogiorno e delle imprese a partecipazione statale, iniziative che per quanto hanno apportato indubbi benefici economici, sono state purtroppo oppresse dalla strumentalizzazione politica e molto spesso dalla malversazione, tra l’altro alterando metodicamente le leggi di mercato e glorificando gli atteggiamenti clientelari.

La stessa fase ha visto pure gli sgravi fiscali sul costo del lavoro, introdotti nel 1968 in connessione con l’abolizione delle gabbie salariali, poi ridimensionati e aboliti.

Esiti modesti, a causa anche della costante riduzione delle risorse disponibili, ha generato la cosiddetta “nuova programmazione” partita nel 1998 per stimolare investimenti e occupazione e incentrata sulla legge 488/92.

Tali periodi, in particolare quelli in pieno boom economico, risultano caratterizzati perlomeno dal dinamismo, specie se raffrontati con il vuoto degli ultimi anni, accentuato dalla crisi internazionale.

Anzi, negli ultimi mesi non è mancato qualche intervento pubblico orientato prevalentemente o esclusivamente al Sud, nel 2018 bacino elettorale dei Cinquestelle, ma per lo più contraddistinto di nuovo dal più smaccato assistenzialismo, come la discutibile misura del reddito di cittadinanza firmata proprio dai pentastellati o gli immancabili contributi a pioggia per alimentare i bacini elettorali.

A ciò si aggiunge la recente misura della tassazione al 7 per cento per pensionati di rientro dall’estero – sul modello portoghese – sperando così di ripopolare il nostro Sud, ma con ben poca convinzione.

Non mancano, negli ultimi tempi, i discutibili provvedimenti per ripopolare i piccoli borghi, come la vendita di abitazioni a prezzi simbolici (tipo un euro), ridicole detassazioni o la garanzia di redditi a qualche dozzina di persone disponibili a spostare residenze in paesi-fantasma, alimentando anche le recriminazioni di quei pochi che in quei posti continuano, nonostante tutto, a viverci con enormi sacrifici. Insomma, ancora una volta siamo di fronte a provvedimenti spot, incapaci di una visione d’insieme.

Va aggiunto che l’abbandono delle terre sin dagli anni Cinquanta-Sessanta e la drammatica deindustrializzazione a partire dagli anni Ottanta-Novanta, con la chiusura di tanti nuclei industriali, non sono state compensate da un robusto sviluppo delle attività terziare né, tanto meno, da un rilevante aumento dei flussi turistici. Anche in questo caso è stato soprattutto il pubblico impiego – il solito “posto fisso” – a depotenziare le scelte imprenditoriali.

E’ tuttora sotto sfruttato l’immenso patrimonio naturale, in particolare un mare con alti standard qualitativi, benché sia necessario migliorare in molte realtà la situazione dei depuratori. E’ altrettanto poco valorizzato il capitale in beni culturali, che potrebbe alimentare un indotto imprenditoriale di edilizia, installazione impianti, conservazione e restauro di opere pubbliche, servizi e merchandising con tanti nuovi posti di lavoro. Analogamente l’enogastronomia di qualità, legata anche alla ricettività turistica, ha enormi margini di crescita: soltanto la Sicilia vanta 31 prodotti Dop e Igp e ben 245 prodotti agroalimentari tradizionali, mentre la Calabria destina il 5,6 per cento del proprio territorio alle produzioni certificate. Margini di crescita anche per l’artigianato artistico.

Invece, al contrario, sono indicativi i dati elaborati dalla Banca d’Italia sulle presenze turistiche – su fonte Istat, relativi al 2017 – che confermano come nel Mezzogiorno permanga l’evidente divario tra potenziale turistico e risultati conseguiti. Il Nord intercetta, infatti, ben il 57,5 per cento dei flussi nazionali e internazionali, il Centro si ritaglia un 19,7 per cento, mentre il Mezzogiorno (con le isole) è fermo al 17,5 per cento. Va aggiunto che mentre nel resto del Paese l’incidenza dei turisti stranieri viaggia oltre la metà del totale, al Sud è poco sopra ad un terzo.

I viaggiatori stranieri con motivazioni culturali sono attratti quasi unicamente – 70 per cento della spesa totale – da quattro province, Roma, Venezia, Firenze e Milano. Il Sud ne è praticamente fuori.

Il Molise è addirittura l’ultima regione nel continente europeo per attrazione turistica, dato certificato da Eurostat.

L’esito oggettivo di tutto ciò è che oggi il nostro amato Sud è purtroppo un malato grave. Lacerato innanzitutto dalla mancanza di opportunità lavorative e di futuro. E laddove non c’è un sano tessuto imprenditoriale diffuso e una nuova occupazione seria, stabile, legale, si radicano piaghe ormai diffuse come il malaffare, l’arbitrarietà, lo sfruttamento, il crimine.

I TIMORI PER IL FUTURO – Oggi nel nostro Mezzogiorno la speranza di un avvenire sereno per tanti giovani è ridotta al lumicino. Sembra di vedere una bella automobile, dalle grandi prestazioni, impantanata in uno stagno. Anche perché il Sud, la parte più dimenticata del nostro Stivale, è sempre più preda della dispersione scolastica e dell’analfabetismo di ritorno che alimentano quella criminalità organizzata verso cui gli anticorpi sociali non godono del necessario sostegno da parte delle istituzioni.

Le mafie, diventate nel frattempo una delle principali industrie internazionale, costituiscono un’altra purulenta piaga che limita investimenti e crescita. Dovrebbero rappresentare una grave lacerazione morale per le tante coscienze democratiche di questa nostra nazione: si tratta di un’emergenza che va posta in cima alla lista dei problemi da affrontare drasticamente, anche perché non è solo una questione di ordine pubblico, ma ha pesanti effetti economici, sociali, culturali.

Possiamo affermare senza ombra di smentita che l’infiltrazione della malavita nella vita politica e sociale del Mezzogiorno costituisce il principale freno alla crescita economica meridionale.

L’intollerabile vicenda delle “Terre dei fuochi” – perché non si limitano alla sola Campania – è emblematica di come la criminalità generi ferite materiali e immateriali all’identità di un luogo, con conseguenze negative per l’economia, per le produzioni agricole, per il turismo, per il valore immobiliare, per la salute dei residenti.

Questa somma infinita di problemi finisce con il rafforzare, come il celebre cane che si morde la coda, sia i preconcetti nazionali verso un Sud “sprecone e criminale” a cui andrebbe quindi tagliato ogni intervento pubblico, favorendo così uno squilibrio ingiusto nella redistribuzione delle risorse, sia la conseguente diaspora di abitanti e di capitali. Il risultato finale è la desertificazione sociale – il processo di spopolamento sembra irreversibile – e ambientale dei territori, che significa abbandono di terre fertili, rischio idrogeologico, patrimonio edilizio sprecato, fuga di cervelli all’estero. Ciò rappresenta un dramma – occorre capirlo una volta per tutte – per l’intera economia nazionale. Quindi per il futuro di tutti noi italiani.

Dal momento che i numeri sono inequivocabili, è sufficiente raccogliere qualche dato – ce ne sarebbero a iosa – per dimostrare che il trascorrere dei decenni non ha sostanzialmente cambiato il quadro infrastrutturale, sociale ed economico di divario tra le macroaree del nostro Paese. Ed è qui che bisogna intervenire per ridurre questa forbice.

LE DUE VELOCITA’ – Alla vigilia dell’unità d’Italia, anno 1860, la densità della rete stradale era di 626 chilometri per mille km² nel Centro Nord rispetto ai 108 chilometri del Sud. Cioè, circa sei volte meno nel Mezzogiorno, dove ben 1.621 paesi su 1.848, secondo l’indagine di Nicola Nisco, deputato sannita del Regno d’Italia, non vi erano strade e gli spostamenti avvenivano su tratturi e mulattiere.

Dei 2.500 chilometri di ferrovie esistenti nell’Italia del 1861, soltanto 184 erano nel Regno delle Due Sicilie, tutte nei dintorni di Napoli.

L’intera siderurgia italiana produceva 18.500 tonnellate di lavorati in ferro, dei quali soltanto 1.500 realizzati nel Meridione.

Gli indicatori odierni, seppur meno drammatici, confermano l’Italia a due velocità.

Significativo il fatto che il Pil pro capite nelle regioni meridionali sia la metà di quello del Centro Nord (un ritardo maggiore di quello degli anni Sessanta). La classifica con i comuni che hanno i residenti più ricchi, fonte Ancitel, vede ai primi mille posti tutte località del Centro Nord, ad esclusione di San Gregorio di Catania (115sima), Aci Castello (653), Lecce (898), Tremestieri (964) e Procida (975). Al contrario, in fondo alla classifica c’è quasi tutto il Sud.

La prima provincia meridionale nella classifica annuale della qualità della vita stilata dal Sole 24ore è al 73esimo posto (Ragusa).

Nel Mezzogiorno soltanto un giovane su quattro ha un lavoro e nella stragrande maggioranza dei casi nemmeno stabile. Tanta parte è garantita dal sommerso. Il dato ufficiale della disoccupazione nel Sud, prossimo al 20 per cento, è il doppio di quello del resto del Paese. La quota più alta di Neet, cioè coloro che non studiano e non lavorano, continua a concentrarsi tra Campania, Calabria e Sicilia.

Il 10 per cento della popolazione campana vive di pendolarismo fuori regione.

Chi è residente nel Meridione, lo certifica l’Istat, guadagna in media quasi meno della metà di chi lavora al Nord. Ma continua a pagare le stesse tasse, senza avere gli stessi servizi.

L’incidenza della povertà relativa al Sud risulta più che tripla rispetto al resto del Paese sfiorando il 30 per cento.

La mobilità ospedaliera extraregionale nel Mezzogiorno ha doppiato quella del resto del Paese (9,3 contro 4,4 per cento), circa 115mila ricoveri di meridionali ogni anno presso strutture del Centro Nord.

Si amplifica la differenza in termini di speranza di vita alla nascita, che va dagli 80,7 anni di Caserta agli 84,1 di Firenze.

Se la media italiana di bambini accolti in asili-nido e altri servizi per la prima infanzia è di 12,6 su 100 residenti, intere province di Calabria e Campania sono sotto quattro.

La quota di popolazione che denuncia irregolarità nell’erogazione dell’acqua è del 17 per cento nel Mezzogiorno contro il 3,4 per cento al Nord.

I comuni commissariati sono quasi tutti al Sud.

Per Unioni di comuni primeggiano Valle d’Aosta, Emilia-Romagna e Sardegna, mentre chiudono la classifica Campania. Basilicata e Calabria.

Chi vive nelle regioni meridionali o le frequenta abitualmente sa bene quale sia lo stardard qualitativo, inoltre, dei trasporti o della sanità, per fermarci solo a due settori essenziali per l’attrattività di un territorio.

Dal momento che piove sempre sul bagnato, è chiaro che un’area geografica sempre più debole riesca ad intercettare meno risorse, a cominciare da quelle pubbliche.

L’ultimo Rapporto dello Svimez conferma come dal 2008 al 2018 la spesa pubblica, principale motore dello sviluppo economico in un Sud povero di industrie, abbia registrato una caduta di ben l’8,6 per cento nel Mezzogiorno a fronte di un aumento dell’1,4 per cento nel Centro Nord. La prospettiva dell’autonomia finanziaria differenziata potrebbe peggiorare le cose.

Altro dato significativo viene dal crollo dei prestiti bancari alle imprese del Mezzogiorno nei primi quattro mesi del 2019: ben meno 12 per cento.

Emblematici, poi, i problemi nell’utilizzo dei fondi europei o nei tempi di realizzazione delle opere pubbliche a causa principalmente dei farraginosi iter burocratici autorizzativi e delle attività accessorie, ma anche della diffusa corruzione. Non è un caso se dei 647 progetti che nel 2017 risultavano avviati e non completati, il 70 per cento è localizzato nel Mezzogiorno, per un valore totale di due miliardi di euro. Uno spreco costante che pagano i cittadini: scuole, ospedali, centri sportivi restano cattedrali incompiute.

La drastica riduzione degli investimenti pubblici per tali finalità, dieci miliardi in meno tra il 2008 e il 2018, ha ulteriormente aggravato il ritardo del nostro meridione sia rispetto al Nord Italia sia rispetto agli altri Paesi europei.

“C’è fra il nord e il sud della penisola una grande sproporzione nel campo delle attività umane, nella intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, e, quindi, per gli intimi legami che corrono tra il benessere e l’anima di un popolo, anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale”. A scriverlo non è un analista dei nostri giorni, ma ancora Giustino Fortunato, vissuto a cavallo di Ottocento e Novecento.

I TANTI SUD – Occorre, tuttavia, tenere presente che l’economia meridionale non è uniforme e – lontani dall’antico vizio del diffuso vittimismo – è quindi necessario evidenziare i virtuosi esempi imprenditoriali di successo, dall’enogastronomia all’abbigliamento, dall’automotive all’aerospazio, dalla navalmeccanica all’elettronica, dalla petrolchimica ad alcuni distretti turistici.

Il Sud, infatti, vanta un proprio sistema produttivo che spesso, però, ha nella carenza di infrastrutture territoriali la principale zavorra. Un altro limite è costituito dalla difficoltà a fare rete e sistema, nonché a rapportarsi alle necessità competitive dell’intero Paese.

Inoltre il Mezzogiorno ospita oltre cento grandi gruppi industriali esteri, una realtà che potrebbe essere implementata rimuovendo le criticità che affliggono tanti territori.

Nel dettaglio, poi, sono meridionali otto tra i primi quindici distretti del Paese per numero di imprese giovanili. Oltre il 15 per cento delle aziende dei distretti è gestito da under 35 contro il 10 per cento nazionale, come attesta Il Sole 24 Ore, ricordando che “la fertilità delle imprese innovative sembra così saldarsi con la tradizione, quasi a indicare un modello di sviluppo cui legare policy sociali territoriali basate sui giovani”.

Un settore dove il Mezzogiorno eccelle in assoluto è l’agricoltura biologica: a partire dalla Sicilia, il Sud è al primo posto in Italia per quantità e qualità delle produzioni.

Il caso di Matera 2019, capitale della cultura, dovrebbe fare scuola. Dimostra che identità e cultura pagano. Ha fotografato bene il governatore della Regione Basilicata, Vito Bardi, lo straordinario bilancio della città lucana in termini di incremento del turismo in questi ultimi anni: “Il successo di Matera capitale europea della cultura 2019 è un esempio di un Sud che non si arrende”.

Sempre in Basilicata, Potenza è una tra le prime 20 province italiane per startup. Bari è la migliore provincia meridionale per reddito pro capite, seconda per attività manifatturiere.

Buone pratiche di microcredito puntellano diversi territori del Sud.

I porti del Mezzogiorno gestiscono oltre la metà del traffico merci nazionale e tre quarti del traffico passeggeri.

Tra le eccellenze nei sistemi turistici va ricordata l’agenzia di sviluppo turistico “Isola Salento”, che riunisce 23 comuni della provincia di Lecce.

Certo, si tratta di piccole oasi in un ampio deserto a cui concorre anche tanta inefficienza della pubblica amministrazione, per cui fare impresa al Sud è più difficile rispetto ad altre aree del Paese.

IL SUD E L’ALLARME SOCIALE– Più di un analista ritiene che il Mezzogiorno, immerso nel disagio sociale, possa presto trasformarsi in una “polveriera”. A dirlo, non molto tempo fa, è stato anche Antonio Bassolino, ex governatore della Campania e sindaco di Napoli, nel corso di un’intervista al quotidiano Il Mattino.

Altri intellettuali, come il calabrese Piero Bevilacqua, che è stato ordinario di storia contemporanea all’Università “La Sapienza” di Roma, si stupiscono che mentre le condizioni economiche, sociali, civili del Mezzogiorno peggiorano, non si levi da quelle terre alcun un moto di recriminazione. “Nessuna manifestazione, movimento di popolo, proteste organizzate. Una coltre di rassegnazione sembra essersi stesa sul cuore delle popolazioni meridionali. Sicché si è arrivati al paradosso che neppure di fronte alla più grande minaccia affacciatasi negli ultimi mesi all’avvenire di questa parte d’Italia, e alla stessa unità del Paese, con la cosiddetta autonomia differenziata, abbiamo assistito ad alcuna reazione popolare. Anzi, la Lega, che oggi ripropone la secessione del Nord sotto mentite spoglie, è stata premiata al Sud con migliaia e migliaia di voti. E’ un paradosso, assurdo, inaudito – si lamenta lo storico.

L’assenza di reazioni e di iniziativa politica e il perpetuarsi del conservatorismo e di una sorta di “consapevole marginalità”, salvo alcune eccezioni come i movimenti dei disoccupati in lotta o sporadiche manifestazioni degli agricoltori, trova giustificazione – secondo molti analisti – nell’economia sommersa, per cui ogni sovvertimento rischia di far emergere “cattive abitudini”, dai lavori in nero agli abusi edilizi, dall’evasione fiscale alla previdenza “disinvolta”. Insomma, quei “sotterfugi” su cui Checco Zalone ha costruito molti suoi film. E’ davvero triste rilevare che sono proprio i fattori di freno a garantire una sorta di “pace sociale”, che però spegne ogni possibilità di riscatto, di rinascita, di ripresa.

Pur in un’apparente stasi, quei dati che arrivano dal meridione d’Italia – e di cui abbiamo dato conto – affiancati alla sfavorevole congiuntura internazionale, dimostrano che le condizioni di molte aree sono al limite e, malinconicamente, è proprio la ripresa dei flussi migratori a contribuire al disinnesco della tensione sociale.

Non ci sarebbe certo bisogno – nessuno se lo augura – come avvenuto in passato che sia l’esasperazione a calamitare attenzioni alla condizione dei territori meridionali. La storia più antica ci ricorda che fu soprattutto il brigantaggio negli anni Sessanta dell’Ottocento a far prendere coscienza ad ampi settori governativi della problematicità dell’avvicinamento del Mezzogiorno alle altre aree dello Stato unitario. Non a caso negli anni Settanta di quel secolo partirono le prime inchieste governative, accompagnate da tanta pubblicistica, fino al varo della stessa espressione “questione meridionale”. Ci piace ricordare, in particolare, la dettagliata inchiesta in Sicilia ad opera degli insigni docenti universitari Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, attraverso la quale denunciarono l’asprezza delle condizioni di vita in alcune aree del Sud e nel dettaglio lo sfruttamento del lavoro dei ragazzini siciliani nelle zolfare.

Circa un secolo dopo, soltanto dopo la rivolta di Reggio Calabria degli anni 1970-71, di cui resta soprattutto l’inquietante immagine dei carri armati sul lungomare della città, il governo progettò insediamenti di apparati produttivi nel territorio reggino, tra cui il nucleo industriale di Gioia Tauro dalle alterne fortune.

Insomma, crediamo che non ci sia bisogno dell’ennesimo innesco perché le istituzioni si accorgano della condizione del nostro Mezzogiorno. Occorre intervenire subito e concretamente.

COSA FARE? – Se non si riuscirà a concepire, insomma, un grande choc positivo, capace di accompagnare e assicurare al Mezzogiorno, cioè ad un terzo dei cittadini italiani, uno sviluppo solido e duraturo, cioè strutturale, non ci potrà essere vero progresso per tutta la nostra nazione.

Ovviamente non è facile individuare ricette miracolose dal momento che la politica, in epoche completamente diverse, non c’è mai riuscita.

Tuttavia almeno l’obiettivo dovrebbe essere chiaro e comune: realizzare un quadro istituzionale e sociale che sia attrattivo per chi ci vive, per chi vorrebbe tornarci a vivere, per coloro che sarebbero disponibili ad investirci risorse, ma con condizioni ambientali meno problematiche. C’è, insomma, la necessità di costruire un sistema autorigenerante, in cui ogni attore faccia la sua parte: le istituzioni pubbliche, le realtà formative, i soggetti economici.

E’ ineluttabile che un tale processo di “ricostruzione” debba essere accompagnato da quelle spinte culturali e di capacità di analisi che negli ultimi anni sono venute meno. Da quella non comune abilità nel mettere in campo una strategia complessiva, coordinata, efficiente, finalizzata principalmente a rendere competitivo il contesto infrastrutturale, ambientale ed economico locale per poter ampliare la base produttiva e rilanciare anche il dato demografico, problema che si pone all’orizzonte con crescente gravità.

Sono necessari, in sostanza, investimenti davvero innovativi per il Sud, capaci di agire sia sull’offerta, un tessuto produttivo e formativo complessivamente più moderno ed efficiente, sia sulla domanda, sostenendo i redditi familiari, sia soprattutto sulla policy, laddove l’efficacia delle amministrazioni locali va assolutamente ricalibrata,

Una strada obbligata è quella di rendere conveniente il fare impresa al Sud, che poi significa anche, per ogni cittadino, vivere meglio la quotidianità.

Pertanto sarebbe utile intervenire prioritariamente sull’abbattimento dei costi per le aziende, parametro di sviluppo e di benessere di un territorio, una misura che finirebbe per incentivare anche le nuove assunzioni e quindi il freno all’emorragia migratoria. Ne trarrebbero vantaggio anche gli atenei, al Sud sempre più in difficoltà, e il correlato mondo della ricerca scientifica.

La ricomposizione del gettito a favore dei fattori della produzione e il tema della fiscalità di vantaggio, che costituisce una priorità per l’intero Paese, assume oggi fattezze di urgenza nel Mezzogiorno.

Per rispondere a questa situazione sempre più drammatica, è indispensabile un forte impegno da parte di tutti. E’ necessaria l’ennesima “nuova stagione” – tante abbiamo provato ad aprirne – in cui si tenga conto del nuovo scenario mondiale imposto dalla globalizzazione. Bisogna, pertanto, saper coniugare le potenzialità offerte dall’identità, dalle tipicità, dai saperi dei luoghi con gli strumenti della nuova dotazione tecnologica, con le spinte più innovative, con l’accumulazione di capitale fisico e umano appositamente formato. Certo, servono soldi, ma occorre soprattutto spenderli bene, evitando quegli sprechi e quelle inefficienze che purtroppo comprimono il potenziale di tante aree del nostro Mezzogiorno, straordinarie per la bellezza dei luoghi e per l’acume delle risorse umane.

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