venerdì , Settembre 25 2020
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In memoria di Willy

Le foto mostrano un sorriso radioso che coinvolge tutto il viso. Uno splendore quasi pubblicitario, d’altri tempi. Le immagini in fotocopia che restano di Willy, 21 anni, il ragazzo ucciso a calci e pugni dal “branco” a Colleferro, alle porte di Roma, rappresentano un vero e proprio inno alla vita. Alla gioia di vivere. Uno slancio soffocato da un inconcepibile pestaggio per una “colpa”: aver onorato il valore dell’amicizia, provando a difendere un ex compagno di scuola dalle provocazioni dei bulli di mestiere.

Sono bastati venti minuti di massacro e di cieca follia per cancellare un’esistenza semplice ed esemplare, pregna di quei valori tradizionali che forse solo una famiglia umile, che vive in campagna, con alle spalle le sofferenze di una storia di emigrazione da Capoverde, può perpetuare. Willy non aspirava a fare l’influencer o l’attore, ma, dopo aver studiato all’istituto alberghiero, voleva candidamente fare il cuoco. Per affinare la sua inclinazione, lavorava con impegno e passione presso un hotel di Artena, dove era amato da tutti. Non trascorreva il tempo libero a gonfiare muscoli in palestra, ad ornarli di tatuaggi, a collezionare simboli paramilitari o armi, semmai a giocare a calcio provando ad emulare i suoi beniamini della Roma.

La storia di Willy fa riemergere, nella sua crudezza, quel mondo diviso tra buoni e cattivi che caratterizza – o dovrebbe caratterizzare – l’educazione civica e religiosa di ogni ragazzino nelle scuole o nelle parrocchie. E invita a soffermarsi sul fatto che la malvagità nelle sue nuove forme digitalizzate, nel nostro villaggio globale sempre più interconnesso, liquido e senza norme, abbia ormai esondato, inquinando e caratterizzando quelle istituzioni che dovrebbero invece instillare le regole del vivere civile. Crediamo che proprio i nuovi pifferai pubblici dell’odio, gli artefici del nemico a tutti i costi, i professionisti delle calunnie e del razzismo, i trasmettitori dei nuovi abietti modelli sociali in stile “Gomorra”, i protagonisti degli inflazionati talk show televisivi complici delle amenità e del livore dovrebbero farsi un esame di coscienza. Forse, ma proprio forse, si renderebbero conto che le risse del sabato sera, sotterraneo rituale dei nostri tempi amaramente scoperchiato dal martire Willy Monteiro Duarte, è anche opera della loro dilettantesca e lucrosa artigianalità.  

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