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Non dimenticare l’Ucraina

A quasi due anni dall’invasione russa in Ucraina, si avverte quella che la premier Giorgia Meloni – nell’intervista telefonica estorta dai comici russi Lexus e Vovan – ha definito “stanchezza”. Cioè c’è una sorta di assuefazione al conflitto da parte dell’opinione pubblica, in linea con uno dei principali meccanismi della comunicazione.

Il ritorno ad una quasi normalità sul fronte energetico e l’affievolirsi degli aumenti dei prezzi sugli scaffali, ma soprattutto i drammi che da oltre un mese caratterizzano il Medio Oriente stanno di fatto appannando la crisi nel cuore dell’Europa.

Il rischio per Kiev è che questa “distrazione” equivalga ad una riduzione di aiuti da parte di americani ed europei.

Negli Usa il Senato ha bloccato il pacchetto di aiuti richiesto da Biden: sono soprattutto i repubblicani a preferire ben altre destinazioni per i fondi a stelle e strisce. Ma anche in Europa le simpatie per Zelensky sembrano affievolirsi, non solo da parte dell’opinione pubblica.

Eppure tutto ciò succede proprio mentre Putin, nonostante le sanzioni, continua a riscuotere consensi. Se la Russia politicamente è sempre più strategica in diverse aree del mondo, dal Medio Oriente all’Africa, Putin si è praticamente ricandidato come zar a vita: al Cremlino dal 2000, vincerà di certo le elezioni del prossimo 17 marzo, rimanendo al potere fino al 2030, con la possibilità di essere rieletto fino al 2036, quando avrebbe 84 anni. Nonostante gli sforzi mondiali, l’inquilino del Cremlino sembra possa dormire sonni tranquilli.

Davvero è lungimirante “scordarsi” dell’Ucraina per il futuro di tutta l’Europa e, di conseguenza, di tutto il mondo?

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