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Per un’economia di pace

È noto come l’industria bellica goda sempre di ottima salute. Purtroppo. Nel 2023 la spesa mondiale per la difesa è cresciuta del 9%, per raggiungere la cifra record di 2,2 trilioni di dollari. Un trilione di dollari, tra il 2020 e il 2022, è invece la cifra dell’apporto del settore finanziario all’industria della difesa, tra banche, compagnie assicurative, fondi di investimento, fondi sovrani, fondi pensione. E secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), le risorse stanziate dai governi mondiali per le forze armate ammontano a 2.240 miliardi di dollari, pari al 2,2% del Pil globale. Il costo di un sottomarino equivale a quello di 9.180 ambulanze, quello di un aereo da caccia F-35 quanto 3.244 posti letto di terapia intensiva.

Un quadro impressionante che fa da cornice al 16° incontro annuale di Gabv, acronimo di Global alliance for banking on values, cioè l’alleanza delle 71 banche “valoriali” che non hanno alcuna esposizione materiale alla produzione o al commercio di armi. La riunione, la prima che si svolge nel nostro Paese, si chiude oggi, tra Padova e Milano. Per quanto l’evento non abbia goduto di grande attenzione da parte degli organi di comunicazione, il tema al centro dei lavori ha rilanciato questi numeri sconcertanti che confermano lo scollamento tra quella rilevante parte della popolazione mondiale che vive una quotidianità drammatica, tra guerre e calamità naturali, e quel mondo della finanza che accentua ingiustizie e disparità, oltre ad essere complice dei conflitti in corso. In particolare di quella “terza guerra mondiale a pezzetti”, come la chiama Papa Francesco.

Siamo consapevoli che i conflitti raccolgano i benefici in un’esigua minoranza, in particolare concentrata nel mondo della finanza, mentre i costi umani e sociali – anche in termini di aumento dei prezzi – li paga il resto della società.

Altri numeri confermano queste responsabilità: oltre 959 miliardi di dollari sono utilizzati dalle istituzioni finanziarie nel mondo per sostenere la produzione e il commercio di armi; le quindici maggiori banche europee investono ben 87,72 miliardi di euro in aziende produttrici di armi; oltre la metà dell’investimento nell’industria bellica è statunitense, mentre 79 miliardi provengono dai primi dieci investitori europei.

Molti numeri di tale drammatica situazione sono riportati nel rapporto “Finanza di pace. Finanza di guerra” commissionato da Fondazione Finanza Etica (Gruppo Banca Etica) e proprio dalla Gabv, realizzato da Merian Research, società di consulenza con sede a Berlino specializzata in tematiche sociali e ambientali.

Insomma, il legame tra la finanza e la guerra è innegabile. Compreso quello riguardante gli ultimi due conflitti, quello in Ucraina e in Medio Oriente: mentre in questi territori si registrano centinaia di migliaia di morti, le azioni dei produttori di armi salgono alle stelle.

Secondo Martin Rohner, direttore generale della Gabv, “la pace è una precondizione per realizzare qualunque cambiamento sociale e ambientale positivo. Ecco perché il finanziamento dell’industria degli armamenti è in contrasto con qualsiasi definizione di finanza sostenibile. Ed è per questo che il movimento bancario basato sui valori ha scelto di non finanziare le armi. Chiediamo al settore finanziario di smettere di alimentare la produzione e il commercio di armamenti. È tempo di trarre profitto dalla pace, non dalla guerra”.

La pace non deve rimanere una parola vuota, un’utopia. Ognuno di noi deve agire per contribuire a difenderla e a promuoverla concretamente. Più pace equivale a meno armi.

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