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Prescrizione e Salvini: l’eterno braccio di ferro tra garantisti e giustizialisti

Esaurite le commemorazioni per il ventennale dalla morte di Bettino Craxi, che hanno rianimato il dibattito mai domo tra garantisti e giustizialisti (in particolare sull’uso o sull’abuso della carcerazione preventiva, che ha comunque lasciato vittime sul terreno di quella tormentata stagione), le cronache offrono oggi altri pretesti – principalmente la riforma della prescrizione e il processo a Salvini – per interrogarsi su quel principio cardine del costituzionalismo liberale che risponde alla separazione dei poteri.

La tripartizione delle funzioni sostanziali di uno Stato, cioè quella legislativa, quella esecutiva e quella giudiziaria, è alla base del pensiero giuridico e sociale occidentale.Lo troviamo sin dalla civiltà greca, principalmente con Aristotele, ma anche in quella romana, culla del diritto, per poi giungere a Montesquieu, padre della dottrina moderna della separazione dei poteri.

In sostanza, non solo le tre funzioni dovrebbero sempre essere affidate ad organi diversi e indipendenti tra loro, ma deve essere garantito un bilanciamento tra i differenti ruoli, tale per cui un potere controlli e freni l’altro. Soltanto con tale distinzione dei poteri, a cui deve corrispondere la differenziazione degli uomini di potere, uno Stato può tutelare la libertà, la giustizia e un’avanzata civiltà giuridica.

La nostra Costituzione ha previsto questo sistema di “pesi e contrappesi”. Ma spesso ciò non basta, specie a causa del protagonismo individuale di molti esponenti delle diverse funzioni, un desiderio di visibilità esasperato dall’iper comunicazione sospinta dalla nuove tecnologie.

Emblematico il dibattito di queste settimane sulla prescrizione, l’istituto giuridico che rende non più perseguibile un delitto dopo un certo periodo di tempo (“oblio sociale”). Una rovente controversia politica che addirittura sta rischiando – perlomeno a furia di proclami – di far saltare il governo.

La discussa riforma voluta dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, operativa dal gennaio 2020 dopo essere stata votata nel 2018 da Lega e Movimento Cinque Stelle, sposa la dottrina più inclemente verso questo strumento, accusato di vanificare la lotta alla corruzione, in particolare incentivando “tattiche dilatorie da parte degli avvocati”. Secondo i numeri del Consiglio d’Europa, in Italia solo l’1 per cento dei detenuti è in carcere per reati economico-finanziari, contro una media europea del 6,3 per cento, con la punta del 13,2 per cento della Germania.

La riforma Bonafede, che si caratterizza, in particolare, per bloccare la prescrizione dopo una sentenza di primo grado, fa proprie le indicazioni provenienti da diversi organismi internazionali. Il “Greco”, l’organizzazione anticorruzione del Consiglio d’Europa, ha definito la prescrizione “il tallone d’Achille” del sistema giudiziario italiano. Analoghi giudizi hanno espresso l’Ocse e la Corte di Giustizia dell’Unione europea. Critiche al sistema italiano vengono anche dalla Commissione europea, rilevando come la prescrizione sottragga una quota rilevante di persone da una possibile condanna.

Va detto, però, che gli organismi internazionali risentono della differenza della maggior parte dei sistemi giuridici rispetto a quello italiano. In genere, altrove si è più severi e i processi durano molto meno. Ad esempio, in Francia, Germania e Spagna la prescrizione può intervenire soltanto se i magistrati manifestano di non voler perseguire il reato. In Italia, patria del Beccaria, il sistema delle garanzie è più amplio.

Forse anche per la presenza di una tradizionale cultura garantista, sul fronte opposto i sostenitori della prescrizione sono convinti che limitare questo istituto giuridico scalfirebbe i più elementari diritti umani, rendendo un giudizio di fatto eterno. Oggiun procedimento penale su dieci finisce in prescrizione, 130 mila in tutto. Tra il 50 e il 60 per cento delle prescrizioni avviene in fase di indagini preliminari, cioè ancora prima che inizi il processo vero e proprio.

Con la nuova legge, il sistema giudiziario italiano rischia di ingolfarsi ulteriormente con l’aumento dei procedimenti da smaltire: sono numerosi i giudici, gli avvocati, i cattedratici che ritengono il nuovo sistema in vigore da quest’anno troppo duro e inapplicabile.

Inoltre, si ricorda come la prescrizione abbia finito con l’assumere un ruolo di garanzia contro l’eccessiva lunghezza dei processi: in media un processo penale nel nostro Paese impiega tre anni e mezzo nei tre gradi di giudizio, contro circa un anno in Germania.

Il braccio di ferro tra le due fazioni caratterizza, però, più il versante politico che quello giudiziario. Sui tempi della prescrizione il dibattito è stato molto acceso, soprattutto in termini strumentali, già durante i governi Berlusconi: il centrodestra, che in nome del garantismo ne accorciò i tempi, è stato accusato di varare leggi “ad personam” per favorire chi è sottoposto a processi. La replica ha indicato gli accusatori di voler imporre quadri politici congeniali grazie alle forze della magistratura.

Analogamente, la votazione favorevole, da parte del Senato, al procedimento contro Salvini per il caso della nave Gregoretti riaccende il dibattito sul corto-circuito tra politica e magistratura. In caso di processo, il leader della Lega rischia una condanna fino a 15 anni di carcere che determinerebbe un terremoto politico di portata storica. Anche perché la difesa punta, tra l’altro, sull’interesse nazionale e sul fatto che il governo sarebbe stato consapevole e, quindi, d’accordo con la linea da lui intrapresa.

Ma sarebbe rilevante anche il risvolto politico, con l’applicazione della legge Severino: in caso di condanna in primo grado, il leader della Lega potrebbe rischiare la sospensione da ogni incarico per un massimo di 18 mesi; in caso di condanna definitiva, il rischio sarebbe quello della decadenza dalla carica politica.

Un altro aspetto importante è nelle parole del presidenteemerito della Camera, Pier Ferdinando Casini: “Il Parlamento non può essere espropriato dai giudici: il giudizio politico sui governi lo danno gli elettori e non può essere delegato impropriamente ai magistrati. La ruota gira e chi vivrà vedrà”.

La vicenda Salvini, al di là dell’aspetto politico che lasciamo alla sensibilità di ognuno (ma certo l’effetto di martirio, com’è successo per Berlusconi, non inficia popolarità e gradimento specie in un politico pratico degli umori popolari e delle piazze), denuncia la degenerazione del dibattito sulla giustizia (e sulla malagiustizia), con un ruolo mediaticoormai dominante, spesso sfociante nel crudo spettacolo delle vanità e dei drammi per platee sempre più morbose.

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