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Progettare il futuro

Le esistenze di noi italiani – insieme a quelle di almeno altri tre miliardi di individui nel mondo – sembrano essere ormai scadenzate da ritmi modellati sulla quotidianità. In fondo viviamo quanto mai “giorno per giorno”, con una serie di rituali fissi, diventati improvvisamente più importanti del solito (la spesa, l’uso delle tecnologie, l’acquisto delle mascherine, l’appuntamento televisivo con “i numeri”, ecc.). Andature più lente che caratterizzano non solo la vita nelle mura di casa o in uffici meno pieni del solito, ma gli stessi nostri pensieri individuali, sospesi in un limbo povero di certezze e pieno di incognite, almeno nell’immediato.

Fiducia e speranza impongono di vedere “oltre”. E stiamo cominciando a farlo. Benché, purtroppo, manchi quella “data certa” che farà da spartiacque tra un’imprevista e logorante emergenza e un “dopo”, che avrà certamente un sapore nuovo perché vedremo il mondo con occhi diversi. Viene in mente il film “La vita è meravigliosa” diretto da Frank Capra: c’è sempre, in fondo, un tempo utile e necessario per “rileggersi” le esperienze passate.

Emerge, innanzitutto, una verità, una grande verità, che dovrà servire per ogni pianificazione futura: senza relazioni umane non ci può essere benessere. Tanto nel settore pubblico quanto in quello privato. Lo stiamo vedendo nel settore sanitario, dove alla centralità delle cure si affiancano le conoscenze e la dedizione dei professionisti. Ma lo riscontriamo anche altrove, dal ruolo essenziale della solidarietà e del volontariato al supporto psicologico che spesso coinvolge in modo trasversale tanti comparti, ad esempio quello dell’ordine pubblico.

Analogamente, nella nostra economia di mercato il ruolo delle relazioni umane è centrale: se vengono meno i servizi, pensiamo ad esempio alla ristorazione o alla ricettività, se crollano gli spostamenti, vedi compagnie aeree e turismo, se annulliamo l’aggregazione, con la crisi della cultura, del teatro, del cinema, dei concerti, muore non solo l’essenza stessa della società, ma anche quella dell’economia moderna.

Certo, il problema di fondo, oggi, è che dobbiamo tenere “sotto controllo” l’emergenza. La crisi, in ogni dimensione, è soprattutto odierna. E quella generata dai numeri dei nuovi contagiati (e dei decessi) non ci consente di allentare, purtroppo, sul necessario e sicuramente proficuo distanziamento sociale. L’imperativo principale è quello di lenire le sofferenze a tutti i livelli, da quelle sanitarie a quelle sociali. E non ci possiamo permettere rapidi salti in avanti.

Tuttavia dobbiamo cominciare a determinare quei piccoli “riavvicinamenti” verso una semi-normalità, la cosiddetta “fase 2”, con termine quasi cinematografico. Siamo coscienti che l’emergenza sanitaria purtroppo mal si concilia con quella sociale: attenuare la quarantena rischia di generare una nuova crescita dei contagi, coem ci avvertono i principali scienziati. Quindi ogni step dovrà essere molto ragionato. Occorrerà mantenere misure di protezione per i soggetti più a rischio e individuare più capillare i contagiati (e il loro numero reale), mappatura che permetterebbe un quadro più chiaro anche in termini di rischi.

Inoltre, appena prima della fuoriuscita dal tunnel, passaggio per il quale sarà essenziale il contributo della scienza, sarà necessario ridisegnare e tornare ad investire nel futuro. Lo faremo con realismo, con energie nuove e con voglia di trovare soluzioni per tutto: studiando scenari, confrontandoci con i collaboratori, dando spazio a nuove idee, progettando attività. Soprattutto, lavorando sodo. E’ quanto mai basilare capire dove vogliamo andare, per non replicare i tanti errori del passato.

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