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“Salario minimo”, la strada è la contrattazione

Il dibattito sul cosiddetto “salario minimo” in Italia non s’è stemperato, nemmeno dopo la divulgazione del documento del Cnel che di fatto ha bocciato tale strumento ritenendolo poco efficace per il nostro Paese. Meglio la contrattazione, insomma. Ma sono soprattutto le opposizioni di sinistra a fare del “salario minimo” una bandiera per le battaglie antigovernative, anche Italia Viva s’è smarcata.

La segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, ha ribadito più volte la proposta di introdurre in Italia un salario minimo da nove euro lordi orari. A sostegno della sua proposta, la giovane esponente progressista ritiene che negli Stati dove è stato introdotto il “salario minimo”, come la Germania, sarebbero cresciute non solo le retribuzioni di chi guadagnava meno del minimo, ma anche quelle degli altri lavoratori.

A smentirla, come ha ricordato Massimo Taddei su Pagella Politica, ci sono proprio autorevoli studi riguardanti il Paese teutonico. Come quello di Dustmann del 2021, che analizza i risultati dell’introduzione del “salario minimo” In Germania, dove è stato introdotto nel 2015 con risultati non proprio esaltanti.

“La letteratura scientifica sul salario minimo ha mostrato che questa misura ha il merito di aumentare le retribuzioni di chi guadagna molto poco. Ma non ci sono evidenze che il salario minimo porti a un generale aumento dei salari anche tra i lavoratori non interessati direttamente dalla misura – scrive Taddei. In sostanza, è chiaro che chi guadagna molto poco ha la possibilità – qualora non finisca nel “nero” – di vedere aumentato, seppur di poco, il proprio stipendio. Ma il rischio concreto, specie in Italia, è che ad essere penalizzati siano coloro che guadagnano più di quei nove euro lordi indicati nella proposta del Partito democratico e che, andando bene, vedrebbero un effetto irrilevanti sulla propria retribuzione, così come accertato dallo studio tedesco.

“Abbiamo verificato che cosa dicono gli studi sugli impatti del ‘salario minimo’: a oggi le ricerche danno torto alla segretaria del Partito democratico – attesta l’articolo su Pagella Politica.

Lo stesso intervento ricorda che una delle fonti più autorevoli sull’impatto del “salario minimo” è il rapporto realizzato nel 2019 per il governo britannico dall’economista Arindrajit Dube, professore di Economia alla University of Massachusetts Amherst, tra i massimi esperti al mondo di “salario minimo”. Dube spiega che non ci sono dubbi sul fatto che il salario minimo aumenti le retribuzioni dei lavoratori con paghe sotto il suo livello. Ammesso, ribadiamo noi, che una volta introdotta la legge, tante retribuzioni finiscano nel “lavoro nero”. Ma il nodo vero è che questa politica, che andrebbe ad interessare un numero ridotto di lavoratori, avrebbe effetti davvero minimi sugli altri lavoratori. Persino su quelli più poveri in quanto il loro essere marginali non è dato spesso dalla paga oraria, ma dal numero esiguo di ore lavorate o la presenza di un solo reddito all’interno di una famiglia numerosa.

Lo studio dell’esperto britannico conferma, in sostanza, le criticità che emergono dalla ricerca tedesca: effetti leggermente positivi, ma quasi mai statisticamente significativi, per chi guadagna fino a quattro dollari l’ora più del minimo, mentre per quelli con retribuzioni maggiori addirittura non emergerebbe alcun effetto significativo.

Tali risultati sono stati confermati da altri studi, che fanno emergere un aumento delle retribuzioni orarie per i lavoratori con salario basso, una quota comunque marginale, ma non rilevano di un effetto positivo sulle retribuzioni che non sono direttamente interessate dal “salario minimo”.

Allora? Il sospetto è che questa battaglia sia imbevuta di non poca retorica e propaganda, mentre è nella sacrosanta contrattazione che il rapporto di fiducia tra lavoratori e imprese può continuare ad essere proficuo.

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