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S’è spenta anche l’Italia che ci fa sognare

Domenico MamoneNei ricordi di ognuno di noi tifosi di calcio c’è una finale, una coppa vista sospinta verso il cielo da un giocatore. Per i più fortunati almeno uno scudetto, perlomeno una partita, la partita. E soprattutto, per tutti, uno o entrambi i mondiali di calcio vinti dalla nazionale italiana nelle più recenti notti magiche, indimenticabili, tra la pipa di Bearzot (e quella di Pertini) o gli occhi carismatici di Lippi.

Solo la memoria, un ricordo indimenticabile legato ad uno degli sport più belli del mondo, può alleviare la tristezza per l’Italia fuori dai mondiali di calcio del prossimo anno, per la prima volta dal 1958. Un incubo. Qualcuno preferisce la parola “apocalisse”.

I commenti da “bar dello sport” non mancheranno per settimane, per mesi in questo nostro popolo con frotte di allenatori mancati. Qualcuno arriverà a dire che persino il Benevento avrebbe fatto meglio, frase efficace per ogni sorta di social. Di certo ci rendiamo conto che ciò che rimane del mito azzurro in pantaloncini è affidato al solo album dei ricordi, dalla lontana regia di Pozzo all’eleganza in campo (e fuori) di Mazzola o di Scirea, fino a quel mondiale del 2006 che ha rappresentato l’ultimo colpo di reni di uno spirito perseverante e tenace come pochi, incarnato ad esempio da Gattuso. Ora anche l’Italia dei sogni facili, l’ultimo allucinogeno contro una realtà sempre più difficile, si è sgretolata di fronte al cinismo supernordico degli inventori non del Rinascimento, ma dell’Ikea.

Ora si discuterà sulle cause, si individueranno i colpevoli da sacrificare, si parlerà – a ragione – dei nostri vivai prosciugati a fronte dei campioncini d’importazione. Ma un mondiale di calcio senza l’Italia è un’esperienza che manca a quasi tutti. E ne avremmo fatto, ahinoi, volentieri a meno.

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