
L’arma statunitense dei dazi continua a rappresentare una spada di Damocle per l’industria europea. Nei giorni scorsi Donald Trump è tornato a brandire il suo cavallo di battaglia nazionalista. E lo ha fatto in funzione anti-europea e anti-teutonica, riproponendo quella strategia protezionista che, pur nell’imprevedibilità costante della politica americana, offre picchi certi, per quanto discontinui e assai ciclici.
È abbastanza palese, infatti, che gli Stati Uniti intendano adottare un atteggiamento intriso di ritorsione verso il vecchio continente, reo di non fiancheggiarli nell’assurdo conflitto contro l’Iran. Del resto ciò che poteva apparire un’operazione rapida e semplice in stile venezuelano, frutto dei desiderata di Netanyahu, si è in realtà trasformata in un enorme “grattacapo”, per usare un eufemismo, con ricadute globali di cui ancora non si esplicano tutti gli amari effetti.
Il tycoon esprime tutto il suo nervosismo sia sottovalutando il problema con dichiarazioni ottimistiche, come se l’orgoglioso Iran fosse già nell’angolo, sia individuando nemici a destra e manca, dalla Spagna all’Italia fino addirittura al Pontefice accusato, con indubbio senso del ridicolo, di volere la bomba atomica in Iran.
Perché anche la Germania è tornata nel mirino? Ciò si spiega con le ultime dichiarazione del cancelliere tedesco Friedrich Merz, che si è soffermato sugli scarsi progressi dei negoziati di pace per la guerra in Medio Oriente, ritenendo che il regime iraniano starebbe “umiliando gli Stati Uniti”. Esattamente il contrario di quanto esprime l’inquilino della Casa Bianca.
Dietro la frizioni ci sono, al solito, ragioni commerciali. I tedeschi stanno mal digerendo le conseguenze dei dazi, che appesantiscono una situazione già critica in particolare per l’industria dell’auto, la più importante per l’economia tedesca. In un 2025 da dimenticare, cominciato per l’auto tedesca con dazi al 2,5%, quindi arrivati al picco del 27,5% per poi essere ridotti da agosto al 15% complessivo, secondo Reuters le perdite potrebbero ammontare a ben quattro miliardi di euro. Il valore complessivo dell’export europeo di automobili negli Usa è sceso da 39,3 a 30,9 miliardi di dollari, cioè meno 21 per cento. La quota tedesca, pari al 60 per cento, è crollata a 20,7 miliardi. Audi, Bmw, Mercedes-Benz, Porsche, Volkswagen si leccano le ferite.
Il numero delle vetture europee esportate complessivamente in America è calato di ben 668mila unità.
Il disastro si riflette anche sul nostro Paese, che è il quarto esportatore comunitario di auto negli Usa, dopo Germania, Slovacchia e Svezia. E vanno considerate le tante industrie italiane dell’indotto, per lo più di piccole e medie dimensioni, concentrate nella fornitura di componentistica per i costruttori tedeschi. Una cascata che farà sentire i suoi infausti esiti anche nelle stagioni a seguire e in modo ramificato in tutta la società civile, dai prezzi dell’energia a quelli dei beni materiali e immateriali. Basta farsi un giro nei supermercati per vedere i primi effetti.
A ciò si somma un altro problema. Per evitare i dazi, sempre più aziende producono direttamente negli Usa, contraendo anche gli stabilimenti italiani. Emblematico il caso di Stellantis, i cui modelli più venduti negli Usa (Jeep, Ram e Dodge) sono già realizzati negli States. Le crisi negli stabilimenti, ad esempio a Cassino e Termoli, sono lampanti. E la Mercedes ha annunciato di voler spostare dal 2027 la produzione di Glc per il Nord America dalla fabbrica di Brema a quella di Tuscaloosa, in Alabama, dove già costruisce le Gle e Gls per gli Usa. È previsto un investimento di ben quattro miliardi di dollari nello stabilimento americano. Con buona pace dell’Europa, che vede avanzare la deindustrializzazione in uno dei settori tradizionalmente di punta.
Quanto sta avvenendo nell’automotive deve indurci a riflettere. È soprattutto la politica che deve adottare soluzioni. Merz ha capito che per contrastare Trump occorre tenergli testa. Con la speranza che siano principalmente i suoi “ex” elettori Maga, nella prova elettorale di metà mandato a novembre, ad indebolirlo.
UNSIC – Unione Nazionale Sindacale Imprenditori e Coltivatori
