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La vita è tutto un quiz

Una legge del 1938, nello specifico il regio decreto legge n. 1933, vietava la corresponsione di denaro come premio. Una disposizione nata, con molta lungimiranza, principalmente per prevenire il gioco d’azzardo.

Negli anni Cinquanta la Rai, per aggirare il divieto, s’inventò per i propri quiz televisivi i premi in gettoni d’oro, che hanno resistito fino ai nostri giorni.

Ora, per garantire maggiore enfasi alle vincite nella vera e propria invasione di quiz televisivi a premi, il tabù è definitivamente caduto. Gerry Scotti, lo scorso 1 febbraio, nella puntata della sua “Ruota della fortuna” ha annunciato il cambio di passo. Sottolineando che “è una cosa che avevo chiesto vent’anni fa e ci hanno messo vent’anni ad accontentarmi”: niente più gettoni d’oro ma soldi reali con ritenuta d’acconto. La svolta sarà estesa ad altri quiz.

In realtà, se il “dottor” Scotti è il primo attuatore, a cambiare le regole è stata una sentenza del Tar del Lazio, nello specifico del 16 ottobre 2018, che ha permesso il pagamento in contanti come per il Lotto e le lotterie nazionali.

Molti organi d’informazione hanno dato giustamente risalto alla novità, che interessa direttamente non pochi concorrenti e indirettamente altrettanto non pochi e curiosi telespettatori. Perché, lo si voglia o no, anche la tv è cultura, come aveva compreso Umberto Eco. Ma chi ha illustrato sui giornali e in tv l’epocale passaggio, lo hanno fatto peccando di glorificazione. C’è una tale assuefazione al gioco televisivo che a nessuno è passato per la mente di tirar fuori qualche riflessione su questo vero e proprio boom del “vincere facile” tra ruote, pacchi, gare canore e altro. L’ultima (immorale?) barriera caduta apre ai soldi reali. E investe tutti noi, che abbiamo nella cultura d’impresa la nostra missione sociale.

Ci domandiamo: è davvero educativo tutto questo luci, quattrini & cotillon, che non manca mai di accompagnarci prima o dopo i telegiornali quasi ad edulcorare le notizie quotidiane? È edificante l’abbuffata di domande e risposte o di semplici scelte vincenti che sembra tanto rientrare nell’antico panem et circenses, il celebre motto latino coniato da Giovenale, o nella fortunata locuzione del popolo bue?

In sostanza, la questione non è quella dei gettoni d’oro o del sostanzioso bonifico. Quotidianamente quasi tutte le emittenti, dalla tv di Stato a quelle commerciali, che da sempre hanno nel gioco a quiz uno dei punti di forza, elargiscono premi anche a cinque cifre spesso unicamente a fronte di una buona dose di fortuna. Del resto “la vita è tutta un quiz”, profetizzò Renzo Arbore sul finire degli anni Ottanta, benché già allora tutti i più noti presentatori – da Mike Bongiorno a Corrado, da Enzo Tortora a Pippo Baudo fino a Raimondo Vianello e Raffaella Carrà – s’erano cimentati con il programma a quiz. Eredità raccolta da tanti altri, da Fabrizio Frizzi a Paolo Bonolis, da Amadeus a Gerry Scotti, da Flavio Insinna a Marco Liorni.

Sorrisi, qualche battuta, la valletta o la ballerina di turno e soprattutto cifre che dovrebbero assicurare la felicità eterna. E’ davvero salutare tutto questo?

Ciò che rileviamo come riprovevole – e non siamo né dei moralisti né degli invidiosi – è il deprezzamento, nel tempo, del valore dato ai soldi. I vari “Lascia o Raddoppia?” o “Rischiatutto” presupponevano perlomeno un “merito” del concorrente, non fosse altro la preparazione in una specifica materia o la capacità di gestire un percorso di vincita nella trasmissione. Oggi, il più delle volte, è sufficiente scegliere il pacco giusto da 300mila euro, addirittura giustificando con il massimo “trasporto interiore” la scelta di un numero collegato ad una data o ad un’altra occasione di un travagliato percorso esistenziale. Al resto pensa la Dea Bendata e il bilancio della nostra Rai.

Dare il giusto valore ai soldi significherebbe, invece, considerare l’impegno necessario per guadagnare quelle cifre che spesso corrispondono a venti anni di stipendio di un comune mortale. Questo spiega l’alto numero di candidature per partecipare come concorrenti a questi quiz, ma anche i dati di ascolto in genere interessanti per la rete televisiva.

Tutto ciò tende a svilire principalmente il lavoro inteso quale realizzazione di sé stessi, sia quello dipendente sia quello imprenditoriale, condito da rischi ma anche da soddisfazioni: è davvero sufficiente la partecipazione ad un quiz per dribblare tutto questo, cioè una Repubblica che dovrebbe essere fondata principalmente sul lavoro?

Crediamo non sbagli chi vede in alcuni programmi, per lo più d’importazione statunitense, addolciti come “d’intrattenimento”, pericolose analogie con il gioco d’azzardo, che non a caso da anni è in crescita, grazie anche all’online, diventando una vera e propria piaga sociale. I soldi, nella ludopatia, sono la dipendenza, l’obiettivo, ma anche il “nulla”, cioè un banale strumento per provare piacere adrenalinico.

Ribadiamo: dare il giusto valore ai soldi equivale a rendersi conto dell’impegno, della passione, delle intuizioni, anche dei sacrifici necessari per raggiungere un qualsiasi obiettivo e il conseguente guadagno. Far passare il messaggio secondo cui una vincita è “dignitosa” soltanto se tocca i cinque zeri equivale ad un modo irrispettoso di porsi nei confronti di chi quotidianamente si impegna per raggiungere quegli importi che alcuni programmi bollano come “miseri”.

Il denaro che si possiede è strumento di libertà, quello che si insegue è strumento di schiavitù. Lo ha scritto Jean-Jacques Rousseau che, per sua fortuna, s’è risparmiato quest’epoca televisiva incentrata principalmente sul quiz a tutte le ore.

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