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Jobs Act: fare il punto (provvisorio) sull’occupazione

E’ piuttosto difficile fare un punto squisitamente tecnico sull’attuazione del Jobs Act, perché ci troviam odi fronte ad uno dei punti cruciali dell’azione di governo, che ha sollevato e solleva un conflitto politico. Quasi come per il referendum sulla riforma costituzionale, la tendenza è al “si” o “No”, e questo persino tra i tecnici e gli esperti. Per cercare di capire cosa sta accadendo, conviene allora forse proprio partire da un breve riassunto del dibattito in corso, per poi ritornare ai numeri e al contesto economico in un secondo momento, una volta delimitato il confine delle tesi contrapposte, e, possibilmente, le loro ragioni. Si deve evitare assolutamente un atteggiamento “partigiano” di disprezzo, secondo uno stile oggi assai diffuso specialmente sui social network, per cui ogni opinione diversa viene tacciata di menzogna, magari col il corredo di foto caricaturali dell’avversario e di titoli roboanti all’insegna del “balle”, “bufale”, “sputtanato”, e così via. Questo tipo di informazione fa calare una densa cortina fumogena sul campo, e alla fine ognuno finisce per vedere solo quello che già era intenzionato a vedere. La verità è che nessuno mente, almeno a un certo livello di autorevolezza e professionalità: ma le cifre sono evidentemente soltanto un supporto all’analisi. Esiste cioè un’analisi quantitativa, ma poi il giudizio è necessariamente qualitativo.

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Da un lato, abbiamo la posizione ufficiale del governo: per il Presidente del Consiglio Matteo Renzi “da quando il Governo è in carica abbiamo –secondo i dati Istat, non secondo me- qualcosa come 599.000 nuovi posti di lavoro” ha scritto nella sua Enews nell’agosto scorso. Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, il 12 settembre, ha commentato quasi entusiasticamente i dati Istat del secondo semestre 2016. Per Poletti, quello che conta è che “gli occupati aumentano di 189mila unità rispetto al trimestre precedente, e di 439mila in un anno, pari al 2,0%”.

Dall’altro lato, le stesse cifre possono essere lette in maniera diversa: per il Report Cgil del maggio 2016 (quindi prima dei dati del secondo semestre, ma come si vedrà l’obiezione non è legata all’aggiornamento dei dati, perché è di principio) la riforma è costosa e quindi inefficiente:infatti, lo stimolo all’occupazione messo in campo dal governo è costato, secondo i conti del maggior sindacato italiano, nel 2015, 3,4 miliardi di decontribuzioni Inps e 2,7 miliardi di deduzioni Irap. Il giudizio è quindi qualitativo: con quei soldi, che gravano sul bilancio dello Stato e dell’Inps, i risultati sono sproporzionati, si potevano spendere meglio non riducendo i costi per i datori di alvoro, ma promuovendo nuove assunzioni con le vecchie regole. Anche uno studio accademico sostenuto con fondi europei quale il Labour markets reforms in Italy: evaluating the effects of the Jobs Act (“Riforme del mercato del lavoro in Italia: valutare gli effetti del Jobs Act”, di Fana, Guarascio e Cirillo) sostiene che il Jobs Act nel 2015 non ha migliorato la qualità del lavoro, nel senso che i nuovi assunti con il contratto a tutele crescenti lo stipendio mensile è mediamente “più basso del 1,4% rispetto a quanti assunti un anno prima”, che la crescita dei contratti a tempo indeterminato è affiancata da un significativo aumento dei contratti a termine, e del part-time, e che alla fine l’Italia rimane sotto la media europee per i principali dati sull’occupazione.

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Tra gli esperti più celebri, quasi delle stelle nel loro campo, che quindi hanno il privilegio di trasmettere il loro punto di vista direttamente con interviste ai giornali, senza passare necessariamente per lunghi studi difficili da far leggere al pubblico, si segnala il professor Pietro Ichino, che può essere iscritto tra i sostenitori del Jobs Act, anche nella sua qualità di senatore del PD, ma che nella sua ultima intervista, del 19 ottobre, parla più da studioso che da politico, ed esprime quindi una convinzione che apre più dubbi di quanti ne risolva: “nessuno” sostiene Ichino “dire con sicurezza se e quanto questi dati, positivi o negativi, siano imputabili alla riforma del lavoro, agli incentivi economici, o alla pur debole ripresa in atto”. Ciò premesso, Ichino invita a guardare non l’alternarsi dei flussi, che hanno sempre un loro naturale saliscendi, ma lo “stock”, cioè il numero complessivo degli occupati, e non c’è dubbio che rispetto a due anni fa, ci sono senz’altro 600mila posti di lavoro in più. Precisazione necessaria, perché la distorsione della comunicazione troppo veloce e superficlae di Facebook e di Twitter ha prodotto parecchi danni: migliaia di italiani sono convinti, per averlo letto al volo sul loro smartphone, che la diminuzione di 395mila assunzioni nel 2016 rispetto al medesimo periodo del 2015, voglia dire che ci sono meno posti di lavoro, invece che un rallentamento della loro crescita, confondendo trend di crescita con saldo effettivo tra assunzioni e licenziamenti. Certamente la crescita dei posti di lavoro, dopo il 167% del 2015, ha rallentato a un +24,9%, ma si deve ritenere che il riassestamento sia fisiologico, dopo la terapia choc delle decontribuzioni (la terapia troppo costosa, secondo la Cgil), che hanno spinto al massimo l’occupazione l’anno scorso, probabilmente anche anticipando assunzioni che altrimenti sarebbero avvenute nel 2016, e che certo non possono moltiplicarsi rispetto al potenziale del mercato del lavoro. Ichino ammette che c’è una certa crescita dei licenziamenti (+10mila), sulle cui cause però non c’è alcuna prova, tanto meno che si tratti già dei primi esiti del nuovo contratto a tutele crescenti. Certamente i nuovi posti di lavoro sono tutti “buoni” posti di lavoro, cioè a salario, orario e prospettive adeguati: quello che manca, ammette Ichino e denuncia anche in un’altra intervista Michele Tiraboschi, che è considerato l’erede di Marco Biagi, l’esperto ucciso dalle Brigate rosse, sono le politiche attive del lavoro, queste sì davvero insufficienti. Se l’aumento dell’occupazione è stato, com’è molto probabile, sostenuto anche da un certa maggiore facilità del licenziare, la teoria vuole che a maggiore flessibilità in azienda nel licenziare corrisponda maggiore sicurezza all’esterno, con un trasferimento di garanzie dagli occupati ai disoccupati.

Risultati immagini per lavoroSebbene la Naspi (Nuova assicurazione sociale per l’impiego) sia stata ampliata rispetto al precedente regime, le falle delle politiche attive del lavoro e del collocamento sono evidenti. Anche per il presidente dell’Inps Tito Boeri, in fondo il primo che dovrebbe lamentarsi della decontribuzione, si è espresso ottimisticamente, considerando essenziale l’aumento generale della contribuzione, sia costato quel che sia costato. Anche per Boeri, il problema rimane quello delle insufficienti garanzie sociali, che per il presidente dell’Inps devono estendersi dai lavoratori che hanno perso il posto a tutti i cittadini in stato bisogno (e qui Boeri oltre che le sue ragioni ha anche i suoi interessi, nel senso che una misura di reddito di cittadinanza non potrebbe che essere sostenuta dallo Stato con la fiscalità generale, liberando l’Inps di una parte della sua fatica, quella di dover provvedere alle attuali misure di assistenza, quali le integrazioni di pensione al minimo,senza che i beneficiari abbiano pagati corrispondenti contributi).

In conclusione, possiamo ritornare ai dati: come sempre, ci rendiamo conto che le cifre sono indispensabili, ma non risolvono da sole, perché devono essere interpretate e giudicate, e alla fine il giudizio rimarrà inevitabilmente influenzato da altri fattori, quali le aspettative, le priorità, la disponibilità di ciascuno a vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Questo è evidente con la questione dei voucher e delle partite Iva: dove la dimensione del lavoro si intreccia in maniera più complessa e ambigua con l’elusione e lo sfruttamento. Eppure, non si può neppure, senza scadere in una sorta di paranoia, considerare voucher e partite Iva una semplice truffa per impedire le assunzioni. Nella crescita dell’uso dei voucher, c’è sicuramente anche un fenomeno positivo: gli italiani hanno imparato ad usare uno strumento comodo e semplice, facendo emergere tanti piccoli eventi lavorativi (dal rapido intervento in casa o in giardino al piccolo lavoro agricolo) che da sempre sono risolti con una stretta di mano e un pagamento in contanti, perché riguardano lavoratori occasionali, magari studenti o pensionati, e attività davvero così brevi da rendere un po’ assurdo impelagarsi in burocrazie contrattuali. Anche per le partite Iva, la denuncia  del sindacato Uil che per il biennio 2016-2017  “la riduzione delle imposte per i titolari delle partite Iva con reddito inferiore a 30mila euro rendendo conveniente questo strumento” sembra non considerare che non sempre la partita Iva è un trucco per mascherare un’assunzione priva di diritti, anzi. In particolare, la riduzione del carico fiscale per le partite Iva sotto i 30mila euro era una misura richiesta a gran voce da tanti piccoli professionisti a basso reddito, professionisti veri non dipendenti mascherati, per esempio chi fa di tanto in tanto lavori di traduzione o revisione testi, magari assieme a un altro lavoro, e che si trovavano colpiti da un carico fiscale ingiusto e sproporzionato. E’ vero che, come ha detto in maniera memorabile a proposito dell’abuso dei voucher  la sociologa Chiara Saraceno “troppi datori di lavoro esercitano la loro creatività (…) nel trovare usi imprevisti nelle pieghe delle diverse forme contrattuali disponibili”, e davvero nessuno, quando i voucher sono stati previsti, aveva immaginato il loro uso “creativo”, per non dire truffaldino. Al tempo stesso, è inaccettabile vedere in ogni situazione soltanto il rischio dell’illecito e della truffa, senza tenere in considerazione che la grande maggioranza dei datori di lavoro si comporta correttamente e utilizza voucher e partite Iva per quello a cui devono servire. Il nuovo decreto correttivo del Jobs Act si occupa appunto, speriamo con successo, anche della “tracciabilità” dei voucher, cioè della repressione di una certa creatività che non è degna di una maniera trasparente e corretta di fare impresa.

In conclusione, il punto sull’occupazione è che in Italia la crescita c’è. Quanto questa crescita sia adeguata a sostenere la sostenibilità del sistema-Italia per almeno una generazione, è,  e rimarrà, materia di discussione.

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