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Al turismo nel Sud servono le infrastrutture

Da sempre si dice che il turismo rappresenti un enorme potenziale di sviluppo per il nostro Mezzogiorno. Un tema che puntualmente si ripete nei dibattiti alla vigilia della stagione estiva. Purtroppo i dati economici e demografici ci dicono che soltanto in minima parte questo patrimonio viene sfruttato.

Se il Sud, infatti, con i suoi 73mila chilometri quadrati, costituisce circa il 25% del territorio nazionale, riesce però ad intercettare unicamente il 12,3% dei flussi turistici. Le due isole, Sicilia e Sardegna, che incarnano il 17% della superficie italiana, sono al 7,1%.

Il Nord, viceversa, assorbe il 46% di tutto il turismo in Italia, il Centro poco meno del 25%.

Bastano queste percentuali per comprendere come siano enormi le possibilità di incremento per il nostro Mezzogiorno, che attualmente registra circa 58 milioni di presenze turistiche (appena sei milioni più del solo Lazio), a cui aggiungere i 33 milioni delle isole, ma rispetto ai circa 260 milioni vantati dal Nord, che tra l’altro polarizza gran parte del turismo estero.

Perché, allora, questo settore che potrebbe contribuire non poco all’economia delle regioni meridionali non decolla del tutto?

Le cause, in fondo, le conosciamo. Alcune sono ataviche, conseguenti a quelle problematiche sociali (in primis il malaffare), infrastrutturali (penuria di strade, aeroporti, comunicazioni, ecc.), ambientali (siccità, frane, inquinamento, ecc.), che rendono molti ambienti poco favorevoli agli investimenti. La malagiustizia, la malasanità e le criticità del sistema creditizio fanno il resto.

Non è un caso se le grandi catene alberghiere preferiscano la Spagna o la Slovenia al nostro Sud o se “l’industria” turistica nel Mezzogiorno, salvo eccezioni (ad esempio, nel Salento) registri valori aggiunti più contenuti e circoscritti rispetto a quelli di altre aree: i servizi, di solito, da noi sono più scarsi e intermittenti, l’offerta è talvolta meno competitiva, il turismo “di nicchia” è molto meno presente rispetto ad altre aree del Paese (e quanto ne servirebbe per zone lontane dai principali flussi turistici…), le retribuzioni per il personale – e di conseguenza spesso anche le professionalità – sono molto più basse, tanto che si ricorre spesso a manodopera straniera. Anche in questo settore, in sostanza, si presentano quelle criticità che affliggono buona parte della società meridionale, dall’arretratezza alla precarietà, dalle strutture fatiscenti alle disuguaglianze.

Tutto ciò sfata, seppur in parte, due miti: che il turismo possa costituire la sola cura ai problemi socio economici del Sud e che alcune caratteristiche antropologiche e sociali, che ben si sposano con il valore dello “slow tourism”, possano diventare un vessillo di richiamo per i flussi di viaggiatori. Davvero il Sud dove “il tempo scorre lento” può richiamare frotte di visitatori? L’immagine e la narrazione “da cartolina”, sole, mare e vita lenta, spesso rilanciate dai social, evidentemente da sola non bastano per incrementare le presenze.

In sostanza, le peculiarità di un territorio, spesso forzatamente spacciate per eccellenze (vedi il cosiddetto turismo esperienziale), da sole non bastano se non inserite in un contesto di miglioramento ambientale e impiantistico.

L’incidenza sociale si rivela anche in gestioni pubbliche talvolta assenti o poco oculate e in una diffusa disorganizzazione che genera ostacoli ad uno sviluppo equilibrato e duraturo.

Perché il Meridione faccia suo, finalmente, quel potenziale turistico inespresso, che andrebbe realizzato – ahimé, ma inevitabilmente – per lo più dal turismo di massa, occorrono innanzitutto interventi infrastrutturali, prima di puntare su forme di turismo alternative (dal turismo di ritorno a quello dei cammini), che seppur meritorie oggi rappresenterebbe la classica goccia nel mare, o parlare di valorizzazione dei borghi, destagionalizzazione, enogastronomia ed eventi che restano cattedrali nel deserto, pur lodevoli, se non inserite in ambienti resi più idonei e appetibili.

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