domenica , Luglio 26 2026
Home / Comunicazione / Il Presidente / L’economia “schiava” della guerra all’Iran

L’economia “schiava” della guerra all’Iran

Sembra ormai certo che sono in corso preparativi per un’escalation degli attacchi statunitensi contro l’Iran, che renderebbe ancora più incandescente la situazione nel Medio Oriente, dove anche gli armatissimi Houthi dello Yemen, che controllano la maggior parte dei 43 milioni di residenti (con età media di 19 anni), minacciano costantemente l’area del Mar Rosso. Gli Usa stanno già colpendo basi militari, raffinerie, ponti e luoghi strategici. E l’Iran sta dimostrando di essere un osso duro, di non volersi piegare: efficace sul terreno di guerra e non facile da portare alla tregua.

Nonostante tutti i sondaggi indichino il calo di popolarità del tycoon, a causa principalmente dei costi economici e di vite del conflitto (18 soldati americani uccisi dai razzi iraniani), condizione non certo ideale per affrontare le elezioni di midterm a novembre, Trump è intenzionato ad andare avanti. Hormuz, al centro della guerra, è un nodo difficile da sciogliere, con l’ennesimo crollo dei transiti di navi e nefaste conseguenze economiche globali.

L’ultima analisi della Congiuntura Flash di Confindustria è indicativa in tal senso: il terzo trimestre inizia male, sulla scia del secondo. L’inflazione – più 3,2 per cento a maggio – pesa sulla crescita. L’industria continua a rallentare (meno 0,3 per cento a maggio in Italia). Gli investimenti, dopo un periodo di ripresa, si attenuano nonostante l’aumento moderato dei tassi, 3,67 a maggio. Male l’export a maggio (sebbene resti in crescita come dato annuale). I prestiti alle imprese aumentano (più 3,5 cento annuo). Il Pil in frenata risente di tutto ciò.

È principalmente il turismo – più 6,2 per cento la spesa dei villeggianti stranieri – a garantire un po’ di ossigeno ai consumi comunque in calo. Il cittadino comune risente principalmente del prezzo del petrolio e dell’energia in forte salita, con risvolti anche nei prezzi dei generi di prima necessità, tanto che la fiducia delle famiglie è scesa ai minimi, con esito negativo sui consumi.

La questione energetica resta il vulnus primario per le aziende del nostro Paese, ma anche del vecchio continente in generale. Noi italiani paghiamo l’energia mediamente il 30 per cento in più della media comunitaria. Lo scorso anno, prima dell’impennata della crisi in Medio Oriente, già i prezzi medi dell’elettricità europea per i settori ad alta intensità erano doppi rispetto a quelli americani e del 50 per cento superiori a quelli cinesi (fonte IEA). È il cappio che strozza la produzione europea.

È quindi necessario che la Commissione europea operi alacremente per acquisire maggiore indipendenza sul fronte energetico. E l’Italia deve fare altrettanto. C’è consapevolezza di dover incrementare e ottimizzare l’uso delle fonti rinnovabili, mentre più dibattuto è il tema dell’energia nucleare, dai costi ancora molto rilevanti. La riduzione dell’utilizzo dei combustibili fossili è comunque una necessità, anche per ridurre l’inquinamento e attenuare l’impatto sui cambiamenti climatici.

Check Also

Il rischio caldo: sicurezza, organizzazione e responsabilità per imprese e lavoratori

Il caldo, sempre più eccessivo d’estate, in base ai dati dei climatologi e alla sensibilità …