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Qualche riflessione sul primo maggio

Il primo maggio è la festa del lavoro. Lo è perché dovrebbe onorare le vittime di quel 1886 a Chicago, quando la polizia sparò sui lavoratori in sciopero per il mancato rispetto della legge che prevedeva il tetto delle otto ore lavorative al giorno. Alcuni promotori delle manifestazioni finirono processati e condannati a morte. Uno di loro si uccise in prigione il giorno prima dell’esecuzione. Quattro anni dopo la Seconda internazionale socialista lanciò in tutto il mondo la festa dei lavoratori.

Da noi la ricorrenza – soppressa nel periodo fascista – ricorda altro sangue. Quello delle undici vittime di Portella della Ginestra, in Sicilia, uccise nel 1947 dalla mafia mentre manifestavano contro il latifondismo.

Il primo maggio è quindi giorno emblematico – storicamente – per i diritti dei lavoratori. Per la loro dignità. Per le tutele conquistate grazie anche a stagioni di lotte e di compromessi. Un’azienda funziona soprattutto quando il Lavoro, quello con la “elle” maiuscola, è al centro della propria missione ed è onorato giorno dopo giorno, dai vertici alla base in modo armonico.

Certo, oggi, con la riduzione dell’area del lavoro garantito, chi ha un posto di lavoro, a prescindere dalle tutele, finisce per essere considerato un privilegiato. Una sorta di “razza in via d’estinzione” per il futuro. Scalzato dall’automazione, dai robot, dalla globalizzazione. Ciò che è successo con la rilevante riduzione numerica della classe operaia, a seguito delle trasformazioni apportate dalle nuove tecnologie, rischia di investire anche altre categorie di risorse umane. Una logica che spinge ulteriormente al ribasso i diritti, l’assistenza, le garanzie.

In fondo è ciò che ha profetizzato Jeremy Rifkin già negli anni Novanta con il tanto celebrato saggio “La fine del lavoro, il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato”. I robot, già sta succedendo, sostituiranno tanti lavoratori umani.

Tuttavia, il lavoro non è certamente finito, per quanto oggetto di profondi processi di trasformazione. E non dobbiamo dimenticarci in tal senso – lo ribadiamo anche come organismo di rappresentanza dei datori e delle imprese – che la creazione dei posti di lavoro è figlia anche (e soprattutto) delle decisioni politiche. La ripresa economica del lavoro, per quanto ciclica, dipende principalmente dalle riforme della politica: nel nostro Paese, caratterizzato da un tessuto produttivo parcellizzato in piccole e dinamiche imprese (talvolta accorpate in flessibili distretti), sono quanto mai necessarie misure di sostegno adeguate proprio alla fattura della piccola e media impresa. In tal senso la riduzione del cuneo fiscale è basilare per sgravare piccole aziende degli enormi costi per il personale, ma anche per alleggerirle fiscalmente.

Parallelamente, perché si torni a generare lavoro di qualità, sono necessari investimenti pubblici mirati, ad esempio a supporto dell’innovazione (non ci siamo mai risparmiati nell’elogiare il piano Impresa 4.0, ex Industria 4.0). Ma anche il rafforzamento della formazione e dell’aggiornamento professionale, la lotta alla burocrazia e quell’elenco di ragionevoli richieste che si rinnovano analoghe da tempo infinito da parte del mondo imprenditoriale, benché senza risposta.

Nel contempo non ci sentiamo di deplorare chi auspica una maggiore attenzione verso le esigenze vitali di chi non lavora, rispetto a quelle di chi uno stipendio a fine mese comunque ce l’ha. E proprio per alimentare la seconda categoria rispetto alla prima, cioè per ampliare l’area degli occupati secondo i dettami della Strategia europea per l’occupazione del 1997, crediamo che sia necessario orientare molte ricette politiche più verso il mondo delle imprese, cioè chi il lavoro lo crea, anziché verso il conio di redditi sociali, ad esempio d’inclusione o di cittadinanza, o misure forzose, come il “salario minimo”, importanti per tamponare fasce di povertà ma non certo provvidenziali per le sorti economiche e sociali complessive del Paese. E sicuramente poco lungimiranti.

Di conseguenza e in ragione di tutto ciò, l’appuntamento del primo maggio da diversi anni è caratterizzato da rituali e molteplici polemiche.

La più comune riguarda il senso di una “festa del lavoro” in un Paese dove il lavoro nero è da primato, la precarietà è crescente così come il lavoro sottopagato o non pagato proprio, l’insicurezza è un tema costantemente d’attualità, il tasso “ufficiale” di disoccupazione è al 10,2 per cento, quasi il doppio della media europea, e quello giovanile al 30,2 per cento, quasi il triplo del dato comunitario. Cioè dove la politica italiana non riesce ad affrontare radicalmente questo vulnus, per lo meno allineando i nostri parametri a quelli europei o di altre realtà del mondo occidentale, certamente meno drammatici.

Le cronache quotidiane del nostro Paese, anche quelle degli ultimi giorni, più che cercare di supportare le poche speranze per il futuro, ad esempio individuando buone prassi, nuovi insediamenti, proficui investimenti, viceversa rinnovano il calvario di brutte notizie su questo fronte, dando spazio ai rider milanesi senza mancia, all’aggiornamento del conteggio delle morti bianche o all’emersione dell’ennesimo privilegio di pochi che stride con le sofferenze dei molti.

L’amaro primo maggio odierno è una sorta di autoflagellazione. Registra come l’esercito dei senza-lavoro, o di coloro che svolgono attività ad intermittenza, sia spaventosamente crescente. Ormai maggioritario in alcune fasce d’età, soprattutto tra i più giovani o tra le donne. Evidenzia come per la prima volta la generazione successiva non stia meglio della precedente e tanti nonni costituiscano la vera cassaforte di famiglie in crisi perché insicure soprattutto sul fronte lavorativo. A ciò si aggiunge la forte ripresa del dissanguamento migratorio: in genere i migliori, ma anche coloro che semplicemente non riescono a sbarcare il lunario, se ne vanno. A centinaia di migliaia ogni anno. Tantissimi dal Mezzogiorno.

E’ quindi, semmai, “la qualità” del lavoro o l’area del non-lavoro ad accendere amari interrogativi in questa giornata più di riflessione che di festa.

Le polemiche per il primo maggio investono anche l’evento-simbolo, da diversi anni, di questa data: il Concertone della triplice sindacale in piazza San Giovanni a Roma. Un appuntamento lustrinato, di evasione, un po’ logoro, avvertito ormai come estraneo da tanta gente che si sente abbandonata dalle istituzioni. In linea con quel solco sempre più accentuato tra opinione pubblica e sindacati dei lavoratori (e corpi intermedi in genere), che conferma la crisi della mediazione e della rappresentanza in questo Paese. In tal senso la proposta del segretario generale della Cgil Maurizio Landini di procedere con un sindacato unitario per tutti i lavoratori sa molto di foglia di fico: la riforma strutturale e profonda del sindacalismo non può essere barattata con un semplice accorpamento di sigle.

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