
Le due scosse di terremoto di magnitudo 7,2 e 7,5, avvenute in Venezuela nel pomeriggio del 24 giugno (ad appena dieci chilometri sotto il suolo tra gli Stati di Yaracuy e Carabobo, a ovest di Caracas), hanno generato una catastrofe con pochi precedenti per il Paese caraibico. Oltre alla stessa Caracas (in particolare nella aree di Altamira, Los Palos Grandes e San Bernardino), gravi danni si segnalano a La Guaira, e negli Stati di Aragua, Carabobo, Falcón, Miranda, Trujillo e Yaracuy.
Mentre scriviamo, il bilancio provvisorio fornito dalla presidente Rodríguez parla di 164 morti e 971 feriti. Ma le migliaia di dispersi fanno presagire una tragedia ancora più vasta, accentuata dalle tante case fatiscenti, insicure, costruite senza alcuna osservanza delle norme antisismiche negli ultimi anni di grave crisi economica e sociale.
Come spesso avviene in questi casi, infatti, continua a piovere sul bagnato: dopo l’ennesima depredazione del suo prezioso petrolio da parte statunitense (per anni l’oro nero è finito a Cuba), il disastro sismico si concentra principalmente nei quartieri popolari, laddove il degrado urbano e il deterioramento delle condizioni di vita sono frutto di anni di corruzione e di crisi politica ed economica. La maggior parte dei sopravvissuti a questo dramma era già alle prese da tempo con emergenze di ogni tipo, dalla disoccupazione ai salari inadeguati, dal diffuso analfabetismo ai servizi pubblici insufficienti, in particolare quelli sanitari, dalla fornitura idrica discontinua alle gravi carenze infrastrutturali, dall’assenza di generi di prima necessità allo spadroneggiare della criminalità. Il sisma colpisce una nazione in cui, secondo l’indagine Encovi 2025, il 68,5% delle famiglie vive in povertà e quasi un terzo in povertà estrema. Scrive oggi un quotidiano locale: “La vulnerabilità non nasce con il terremoto; il terremoto si limita a renderla visibile”.
Al disfacimento del Paese, un tempo ricchissimo e dall’ambiente lussureggiante, hanno concorso prima governi incentrati sulla corruzione e poi, con Chavez e Maduro, basati sull’ideologia e sul populismo, che hanno contribuito al disastro. Da registrare anche il ruolo crescente delle forze armate che ha generato un anomalo processo di militarizzazione delle funzioni civili. Le sanzioni imposte dagli Stati Uniti hanno fatto il resto.
Non a caso il Venezuela continua a pagare una delle più gravi crisi migratorie e umanitarie del pianeta: negli ultimi trent’anni oltre otto milioni di persone hanno lasciato il Paese (più della metà negli ultimi quattro-cinque anni), per cui un venezuelano su quattro vive all’estero. Soltanto la Colombia ospita oggi quasi tre milioni di venezuelani.
L’Italia è da sempre vicina a questo Paese, che negli anni Cinquanta-Sessanta è stata fortunata terra di approdo per tanti nostri corregionali. Il nostro ministero degli Esteri attesta che un milione e mezzo di venezuelani ha origine italiana (la più numerosa comunità europea nel Paese), mentre circa 160mila cittadini italiani sono registrati nei nostri consolati in loco. Parallelamente in Italia vive una comunità venezuelana particolarmente numerosa, composta da oltre 17mila persone. Ecco perché ciò che sta avvenendo in Venezuela è di rilevanza anche per il nostro Paese.
Come Unsic abbiamo costantemente seguito negli anni, anche con il necessario spirito critico, le vicende venezuelane, confermando il legame con il Paese caraibico. E in questo drammatico momento vogliamo ribadire tutta la nostra vicinanza alla popolazione, augurandoci che efficaci operazioni di soccorso e di assistenza umanitaria possano alleviare le atroci sofferenze in corso.
UNSIC – Unione Nazionale Sindacale Imprenditori e Coltivatori

