
Il finire della primavera e l’inizio dell’estate si sono caratterizzati per un caldo soffocante che non sta colpendo solo l’Italia, ma l’intera Europa. Le previsioni parlano di una canicola che si protrarrà almeno fino a metà luglio.
Certamente temperature così alte in estate non sono una novità: la “bella” stagione è caratterizzata proprio da questo, dal caldo. Sarebbe anomalo, semmai, il contrario. Ma ormai gran parte degli scienziati, anche quelli un tempo scettici, affermano che il clima è in fase di trasformazione e la Terra si sta surriscaldando. A riprova di ciò, ci sono i dati che puntualmente attestano, di anno in anno, i nuovi record. E basterebbe osservare la dimensione sempre più ridotta dei ghiacciai o dei laghi per averne una visibile conferma.
Non c’è, invece, unanimità nell’individuare le cause di questa epocale modifica: colpa dell’uomo o esito di cicli storici? Pur nel dubbio, sarebbe opportuno rendere meno impattanti le attività umane, senza però incidere negativamente nell’economia, come avvenuto, ad esempio, per la rapida transizione dell’industria automobilistica con i discutibili motori elettrici.
Il dibattito internazionale di questi giorni si sofferma su un fenomeno correlato ai cambiamenti climatici: l’assuefazione al fenomeno. In sostanza, non soltanto emerge un’accettazione passiva da parte dei cittadini e delle istituzioni rispetto a quanto sta avvenendo, cercando di contrastare non le cause – qualunque esse siano – ma gli effetti (addirittura consumando più energia e quindi amplificando i danni ambientali); sotto accusa c’è soprattutto la riduzione dell’attenzione al problema da parte degli organi d’informazione.
Nei giorni scorsi nove importanti climatologi delle più importanti università britanniche hanno scritto una lettera aperta ai media del Paese per chiedere loro di evidenziare la connessione, “scientificamente consolidata”, tra cambiamento climatico e gas serra, cioè emissioni da combustibili fossili. Secondo gli scienziati, ben due quinti delle notizie sul caldo non fa riferimento ai cambiamenti climatici, le altre indicano la transizione ma senza imputarla alle conseguenze delle attività umane. La corretta e completa informazione, sottolineano gli scienziati, favorirebbe politiche pubbliche più incisive verso la progressiva riduzione delle emissioni nocive.
In sostanza la questione climatica ha perso centralità nell’agenda degli organi d’informazione: se ne parla da troppo tempo con la stessa impostazione, spesso puramente ideologica, per cui i cittadini ne sono meno interessati, alcuni addirittura infastiditi. Il dietro-front delle politiche comunitarie in tal senso – vedi “Green Deal” – è frutto anche di questo fronte di adattamento al problema o addirittura di crescente scetticismo. Una conferma viene dai dati del Media and climate change observatory (Mecco): nel 2025 la copertura mediatica globale del cambiamento climatico è diminuita del 14% rispetto all’anno precedente e del 38% rispetto al 2021. Il report dell’Osservatorio di Pavia per Greenpeace, riguardante il nostro Paese, è sulla stessa linea: dal 2022 al 2025 le notizie con un focus centrale sul clima sono diminuite in Italia del 26,1% sui quotidiani e del 52,9% nei telegiornali.
UNSIC – Unione Nazionale Sindacale Imprenditori e Coltivatori

