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Mondiale, la vittoria del “possesso”

Ha ragione Paolo Condò sul Corriere della Sera di oggi: nella storia degli ultimi 20 anni di calcio troneggia la squadra attrezzata con un palleggio ipnotico. Il Barcellona per anni ha fatto scuola. Il possesso estenuante della palla ha sostituito, aggiornandoli, catenaccio e melina di cui noi italiani siamo stati maestri. Gioco lento, ragionato, atletico, a volte noioso, con dominio del centrocampo e speranze riposte nella fiammata vincente davanti.

La Spagna, che non perde da 38 gare, questo mondiale l’ha vinto, appunto, dominando nel possesso della sfera. “Sartoria” di Luis de la Fuente la definisce efficacemente quel genio di Roberto Beccantini, ricordando questo allenatore 65enne che ha ben gestito un ciclo battezzato con l’Under 19 e costruito mattone sul mattone. Europeo e mondiale conquistati con la perizia, come fece il connazionale Vicente Del Bosque tra il 2010 e il 2012.

La Spagna ha avuto un’identità collegiale: possesso, organizzazione, coralità. Con la sua tecnica collaudata, da squadra geometrica e collettiva, la “Roja” ha annullato nettamente prima la Francia e poi l’Argentina. I campioni d’Europa contro i campioni dell’America e del mondo. Confermando il vecchio continente come fucina del calcio: Spagna, Francia, Inghilterra, Portogallo, Belgio, Olanda (l’Italia è quindicesima) sono tra le prime dieci squadre del ranking mondiale. Tredici titoli mondiali per noi comunitari contro i dieci del Sud America. Un dato emblematico. Lo spumeggiante Brasile dei tempi d’oro è solo un ricordo. Ora si vince annullando il potenziale gioco dell’avversario.

Nella finale al Metlife Stadium di East Rutherford nel New Jersey, a due passi da New York, l’Argentina muscolare della “banda di indios”, come l’ha definita il ct Lionel Scaloni dal sangue marchigiano, ha fatto quello che ha potuto. L’albiceleste, completamente esausta in questo mondiale da 48 squadre e 104 partite. Dopo averne giocate otto davvero toste in pochi giorni. Costretta ai supplementari da Capo Verde e Svizzera. Indotta al ribaltamento miracoloso con Egitto (sotto due a zero ad undici minuti dalla fine) e Inghilterra (Fernandez all’85° e Martinez al 92°), con tanto di show sulle Malvinas. Nella finale, ridotta in dieci contro le furie rosse e con l’uscita di Lisandro Martinez per infortunio, ha resistito eroicamente per un tempo supplementare, per poi cedere definitivamente.

Il calcio ha battuto i calci, ben sintetizza Claudio Savelli su Libero.

Cala, dunque, il sipario su un mondiale in fondo atleticamente modesto, che ha palesato tutte gli scompensi di un calcio diventato soprattutto una macchina da soldi, ogni cosa sfrontatamente commerciale, casse gonfie per i conti finali: dieci miliardi di fatturato in questo mondiale, comprensivi dei 3,8 per i diritti, e i tre per i biglietti a prezzi vertiginosi. Il calcio degli eccessi.

Abbiamo assistito ad un’infinita saga di partitelle, le più monotone, utili per far girare la macchina di sponsor, gadget e show (in previsione il format a 64 squadre?), con l’Europa penalizzata a vantaggio dei ricchi Paesi arabi e dei “votanti” Paesi africani.

Il mondiale delle tante americanate, con il marketing onnipresente, che da un pezzo ha soppiantato il bel gioco e la poesia. I tempi della partita diventati quattro per l’hydration break, che garantisce finestroni di ricca pubblicità. I tempi di recupero infiniti. L’eccesso di tecnologia. Gli ancheggiamenti di Shakira in mancanza dei dribbling di Messi. I due burattinai, “Donald(o) il fenomeno” e Gianni “Inzerbino”, copyright del solito Beccantini, come due ectoplasmi dietro una vetrata antiproiettile. Il ricordo della “stravaganza” di Folarin Balogun, il centravanti Usa espulso, squalificato e riqualificato con una telefonata pesante. Le telecronache di Adani (Di Canio: “Abbassate il volume a zero e mettete una musichetta”). Una finale cominciata in ritardo e con una mezzora di spettacolo da matrimonio vip, che surclassa quello in campo. Più fuochi d’artificio che gol. I biglietti per assistere alla conferenza stampa finale del torneo.

Quindi il calcio più o meno vero, con il flop del Brasile di Ancelotti, l’ignominia per la Germania, fermata dal modesto Paraguay, e per l’Olanda dal Marocco; l’Italia che per la terza volta di fila sta a guardare (e non fa più notizia) e ancora non ha deciso chi guiderà la squadra per un futuro segnato dal pessimismo, a un mese dall’elezione del presidente federale. I ragazzi ormai preferiscono Sinner o Antonelli, al limite, per i giochi di squadra, le corazzate della pallavolo azzurra.

Male anche la Francia, frettolosamente baciata dai pronostici per il titolo finale (ricorda Jack O’Malley sul Foglio Quotidiano che si pronosticava per Mbappé e compagni la vittoria del mondiale “in ciabatte”), con la mesta fine di Deschamps dopo 14 anni.

Poi il record dei rigori sbagliati (uno su tre), tra cui quelli calciati da Messi, Mbappé e Kane. L’eterna aspettativa dalle africane che si sono maledettamente europeizzate, soprattutto con la difesa a quattro, e che, dopo il passaggio in massa del primo turno (nove su dieci), si sono polverizzate. Idem per le asiatiche. Un po’ di colore l’hanno invece assicurato il portiere di Capo Verde, la coreografia dei tifosi vikinghi per una bella Norvegia che avrebbe meritato di più, i capelli di Cucurella (con quel caldo…).

Il calcio, tutto, ora cala il sipario. Nonostante ciò, siamo in trepidante attesa della prima di campionato di serie A fissata al 23 agosto. Qualche tempo fa sarebbe stata inconcepibile anche quella data, con gli italiani ancora al mare. E’ il potere del calcio, signori.

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