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Un web sempre più “disumano”

L’intelligenza artificiale, se ne parla tanto, sta entrando profondamente nelle nostre vite. A volte senza che ce ne accorgiamo. L’IA continua ad espandersi senza freni: dall’automazione domestica all’e-commerce personalizzato, dalla creazione di contenuti alle traduzioni linguistiche, dalla formazione alla medicina, dall’assistenza clienti al marketing (personalizzazione delle esperienze), dal fitness all’intrattenimento fino all’automazione della mobilità o ai servizi bancari e finanziari. Alcuni benefici sono assiomatici, ma sempre più voci “umane”, ad iniziare da quella del Papa, ne evidenziano il rovescio della medaglia.

Al di là delle implicazioni etiche, indubbiamente c’è il rischio del crollo di qualità, di merito e di sostanza in molti settori del nostro vivere quotidiano. Nel contempo è evidente la crescente subordinazione degli esseri umani agli algoritmi, fenomeno che frena la creatività umana, sottomettendola ai diktat delle macchine.

Emblematica l’attività principale nel web in cui opera l’intelligenza artificiale cosiddetta “agentica”, cioè quella che utilizza “agenti” inumani per operare in rete: la creazione dei contenuti. Qui, per assicurare servizi impeccabili, la presenza umana dovrebbe restare imprescindibile. Ad esempio, nella redazione di un testo di qualità, l’intelligenza artificiale, benché sempre più perfezionata, non potrà mai fare a meno dell’apporto umano, perlomeno per la revisione. Oltre alla presenza di errori e allo stile arido della pagina automatizzata – non potrà insomma competere con un Filippo Ceccarelli o un Michele Serra – il problema insuperabile è principalmente il taglio, ad esempio quello “politico”: se volessi onorare Silvio Berlusconi a tre anni dalla morte rischio che l’IA si soffermi sulle sue vicende giudiziarie o su quelle “sentimentali”.

Ben altro discorso, però, si può fare sull’intelligenza artificiale che opera liberamente nel web per delega umana. Qui gli “agenti di intelligenza artificiale” stanno sempre più svolgendo autonomamente attività online attraverso software automatizzati che rischiano di trasfigurare profondamente la rete. C’è addirittura chi profetizza che internet, come lo conosciamo oggi, rischi presto di scomparire. Eccesso di catastrofismo o realtà?

La profezia di Browning Prince

Sebbene il suo nome dica poco ai più, il 52enne Matthew Browning Prince, l’uomo più ricco dello Utah statunitense con un patrimonio di 5,5 miliardi di dollari, è tra coloro che sono in prima fila nel lanciare l’allarme. Ed ha tutti i requisiti per farlo: è fondatore e amministratore delegato della multinazionale tecnologica Cloudflare, che tra le tante attività si occupa di servizi di sicurezza per il web. Ebbene, questa società con sede a San Francisco ha certificato il “sorpasso” dei “bot” (abbreviazione di “robot”, cioè programmi che eseguono attività automatizzate) sugli umani: il 57,4% del totale delle richieste alle pagine web proverrebbero attualmente da sistemi automatici. In sostanza su 100 richieste che arrivano ad un sito, circa 57 proverrebbero da sistemi automatici e solo 43 da persone “in carne e ossa”.

Il “sorpasso” è frutto anche dell’evoluzione dell’automazione. Se i tradizionali “crawler” svolgevano compiti oggi visti come più elementari, quali l’indicizzazione delle pagine web, i più recenti “agenti IA” svolgono attività più complesse, immagazzinando enormi quantità di dati grazie anche a numeri altissimi di bot “esploratori” che fanno i raggi X ad un sito o ai comportamenti di un utente. Ad esempio, se io sto cercando un’automobile usata, non ho più bisogno di visitare tanti siti (se ne visitano in media cinque per una ricerca di questo tipo), leggere le caratteristiche dei modelli e confrontare prezzi: lo fa, in pochi secondi, un “agente IA” per conto mio. Un “chatbot” di IA nello stesso tempo della nostra ricerca può visionare un articolo su ben cinquemila pagine.

La conseguenza più evidente è il crollo numerico delle consultazioni sul web e una realtà fatta di macchine che dialogano rapidamente con altre macchine.

L’effetto di questa condizione è la metamorfosi del business digitale, soffocato dagli algoritmi. Se in passato una domanda sul web implicava la visita di uno o più siti internet, quindi visualizzazioni concrete e soldi, oggi grazie agli “snippet” e alle risposte generate direttamente dall’AI, sempre meno utenti si collegano ai siti originali (vi avrebbero rinunciato ben tre su quattro, fenomeno denominato “zero-click search”). Significativo il fatto che Wikipedia, un tempo principale punto di riferimento di tutte le ricerche, ha visto franare il traffico a causa della concorrenza di ChatGPT. Ancora: che senso ha inserire messaggi promozionali in rete se poi vengono letti (o non letti) non più da un essere umano, ma dall’intelligenza artificiale?

Lo stesso discorso è estendibile ai social media, dove è crescente l’uso di sistemi automatizzati per postare e commentare. E sono sempre di più i “bot” che incarnano il nuovo pubblico attivo dei social.

La situazione è seria e ricalca il classico cane che si morde la coda: se ci si orienterà a delegare tutto all’IA, rischiando di avere testi uguali a quelli di altri migliaia di siti, avremo sempre meno creatori di contenuti di qualità a causa della netta riduzione di coloro che li pagheranno, dagli editori agli inserzionisti pubblicitari fino agli investitori. Il web potrebbe diventare un posto pieno di materiale generato artificialmente, tutto omologato e di scarsa qualità. Spesso già oggi è così. Confermando quel fenomeno noto come “dead Internet theory”, cioè la teoria che profetizza, appunto, la morte di internet come lo conosciamo oggi. Un’idea partorita dallo stesso web, durante il Covid, sembrerebbe nel forum “4Chan”, poi consolidata nel forum “Macintosh Cafe” di Agora Road.

Implicazioni economiche

C’è dell’altro. Tutto ciò andrebbe ad accentuare disparità economiche e di posizionamento sul mercato tra chi può investire, utilizzando professionisti “umani”, e chi preferisce o è obbligato a risparmiare puntando alla fredda e poco efficace automazione. Finendo, poi, come già sta succedendo, che occorre comunque individuare uno o più “controllori” perché la fiducia incondizionata all’IA può risultare pericolosa e annullare anni di credibilità di un brand, costruita sul campo.

Altra discrepanza riguarda gli hosting: con l’aumento delle richieste e dei carichi, chi ha macchinari più economici rischia molto di più, anche sul fronte della cybersicurezza.

Ancora: a causa dei “bot”, i dati vanno comunque analizzati in profondità. I parametri delle visite, delle visualizzazioni pubblicitarie, delle sottoscrizioni, ma anche del tempo medio sulla pagina o della frequenza di rimbalzo sono sempre meno incisivi o credibili se non approfonditi. Le visualizzazioni sempre più a favore dei “bot” sono, appunto, il risultato fisiologico anche delle milioni di ricerche compiute in modo automatico dalla macchina per ogni migliaio compiuto dagli esseri umani. Insomma, le analisi del traffico sono sempre più distorte se non studiate a fondo in un quadro ormai complesso. Anche la SEO va adeguata ai cambiamenti in atto.

Occorre aggiungere che l’automazione comporta anche la crescita di “bot” non proprio “ortodossi”, ma responsabili di cattive azioni come spam, truffe e attacchi informatici che rendono ancora meno appetibile l’evoluzione (o meglio, l’involuzione) del web, imponendo strumenti sofisticati di protezione.

Idem per quanto riguarda l’uso inflazionato delle stesse immagini a livello globale, specie quelle di siti che le offrono gratuitamente, o, di contro, l’infrangimento del copyright di materiali sofisticati, con la crescente difficoltà di individuare il responsabile di siti sempre più fluidi.

Tutto ciò spiega – e in parte giustifica – anche una certa stanchezza verso siti e pagine tradizionali o social che fino a poco tempo fa sono andati per la maggiore, come X (ex Twitter) ormai in caduta libera, ma anche Facebook (il rapporto “Journalism, media, and technology trends and predictions”, del Reuters institute for the study of journalism evidenzia, ad esempio, come il traffico aggregato di FB verso le pagine di notizie esterne sia diminuito del 67% negli ultimi due anni, quello proveniente da X si è dimezzato). Benché YouTube, TikTok e Instagram continuino a godere di buona salute, l’uso dei social in Italia è entrato in una fase di saturazione e presenta una lieve flessione complessiva, con un riequilibrio dei flussi a favore di piattaforme di messaggistica come WhatsApp.

Il futuro del web dipenderà, quindi, molto dalle scelte individuali: le scorciatoie totali rischiano di costituire dei boomerang perché rendendo tutto automatizzato, il valore globale della Rete andrà a scemare e con esso anche l’appetibilità di un singolo sito o di una pagina social.

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